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The Disappearance of Josef Mengele
Avrebbe potuto essere un grande film, ma La scomparsa di Josef Mengele non lo è. Nessuna sorpresa, lo dirige il russo classe 1969 Kirill Serebrennikov, che – si considerino il deteriore Limonov, il valente Petrov’s Flu e l’irrisolto La moglie di Tchaikovsky - è discontinuo e alterno come pochi. Non si discute il talento visivo, che seppur straordinario non è, ma qualcos’altro, che pertiene più al tavolo che al set. Ci arriviamo.
Incarnato senza infamia né lode dal berlinese classe 1976 August Diehl, invero ben assistito da “trucco e parrucco” nell’incipienza anagrafica, l’angelo della morte approda sul grande schermo, via Cannes Première 2025, dal romanzo omonimo di Olivier Guez, che lo ritrova latitante per Argentina, Paraguay e Brasile tra il 1949 e il 1979, anno della morte: il medico nazista di Auschwitz si sottrasse alla giustizia, altro che Eichmann.
Stilisticamente La scomparsa di Josef Mengele in prevalente bianco e nero si fa apprezzare per ariosità di camera, agio di direzione d’attori, coordinazione di movimenti nell’inquadratura e inquadrature in movimento (pianosequenza), insomma, per lo sprezzo del pericolo, quello delle due camere e tinello che il film, di fatto un Kammerspiel per successione di domicili, rischiava.
Giammai claustrofobica, necessariamente iterata, la ricostruzione degli ultimi giorni dell’impunito Mengele non convince, di più, delude laddove le immagini lasciano il passo alla parola, ovvero alla drammaturgia lasca, e segnatamente i dialoghi esplicativi e pleonastici.
Un esempio su tutti, ché del rapporto con il figlio nemmeno val la pena di parlare: siamo al matrimonio dell’impietoso Josef, e in un capannello di altri nazisti espatriati si ritorna sul Terzo Reich con un bignamino polifonico da lasciare sconcertati. Perché se Serebrennikov è svelto e, appunto, sprezzante dietro la camera poi, anzi, nel mentre è così pedante e circostanziato nella sceneggiatura (non originale)?
Al carattere elusivo, inafferrabile e inafferrato della storia, ovvero del personaggio stesso, fa riscontro un racconto didascalico e vieppiù pavido, che onora il titolo nell’assenza di evidenza, incisività e, appunto, “vita”: abbondano gli spiegoni modali, spaziali e temporali, latita l’aggetto esistenziale.
Va da sé, il film raggiunge la sua inopportuna, sintomatica e problematicissima acme – non è forse quel che avremmo “voluto” vedere? - laddove Mengele torna a quel che di più gli appartiene, gli efferati esperimenti sugli internati: un filmato a colori e sgranato ad hoc addebitato agli stessi nazisti, in cui il medico con la sua equipe esamina e quindi termina padre e figlio disabili.
Morale della Scomparsa: Mengele aborriva l’idea di finire in un film, in fondo è stato esaudito.
