La nuit où j’ai nagé

Opera molto raffinata sulla ciclicità e la purezza del rapporto tra padre e figlio: Damien Manivel e Igarashi Kohei, bene la prima

6 Settembre 2017
3,5/5
La nuit où j’ai nagé

È ancora notte in Giappone e fuori nevica forte. Un uomo esce di casa, come fa ogni giorno, per andare a lavorare al mercato del pesce. Il figlio di sei anni si sveglia e non riesce più a prendere sonno. Inizia così la sua giornata di bambino, rinchiuso nel languido tepore domestico, tra giochi e disegni, nicchie e rifugi lanosi, in attesa dell’ora di potersi recare a scuola. Ma una volta uscito di casa, forse ancora assonnato, il bambino perde la strada e comincia a bighellonare allegramente nel paesaggio innevato e silenzioso, seguendo con scrupolo le tappe di un percorso molto lungo, che sembra essere impresso in maniera netta nella sua mente e che ha come unico obiettivo quello di incontrare suo padre alla luce del sole.

Il duo franco-giapponese costituito dai registi Damien Manivel e Igarashi Kohei, al loro primo lavoro insieme, costruisce un’opera molto raffinata sulla ciclicità e sulla purezza del rapporto tra un padre e un figlio. Il quotidiano “mancarsi” dei personaggi si inscrive in un arco di rimandi metaforici che richiama direttamente il tempo, l’alternanza delle ore, del giorno e della notte, delle stagioni – non a caso le sonorità di Vivaldi attraversano tutto il film. Come l’inverno e la primavera, padre e figlio sono condannati a non incontrarsi e a percorrere il ciclo delle rispettive solitudini alla ricerca di segni che rechino testimonianza dell’altrui passaggio (un disegno, una foto, un’impronta nella neve, un berrettino dimenticato). La candida odissea di questo piccolo soldatino che fino alla fine non vuole soccombere al sonno – ovvero al nemico che gli impedisce di vivere a pieno l’amore per il proprio papà – è una delle cose più tenere viste finora al Festival.

Essenziale, lirico. Un racconto che non ha bisogno di nomi o di parole.

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