La mia fantastica vita da cane

Animazione surreale e fantasiosa per una favola esistenziale sul potere dell'empatia attraverso lo sguardo animale

30 Novembre 2021
3,5/5
La mia fantastica vita da cane

A due anni dal debutto al Festival di Annecy, arriva in Italia La mia fantastica vita da cane, traduzione che ricalca quella internazionale ma che appare un po’ rassicurante rispetto all’originale L’Extraordinaire voyage de Marona. La scelta ha una sua logica di fondo: nonostante i tentativi, per il pubblico italiano l’animazione resta territorio per l’infanzia, quindi tanto vale parlare a quel pubblico e alle sue aspettative.

Il film della rumena Anca Damian (all’attivo i pluripremiati doc animati Crulic e La Montagne magique) è una favola esistenziale su come una cagnolina riesce a influenzare le vite degli esseri umani. Vittima di un incidente, Marona ripercorre la sua vita, tutta attraversata dall’amore incondizionato che ha riservato alle persone (non sempre impeccabili) che l’hanno circondata.

Allo stesso tempo, Damian fa suoi gli strumenti e le forme del “film per famiglie” per dialogare al di là delle contingenze anagrafiche. La riflessione è stratificata, la morale pur non enfatizzata è ben evidente, il portato emotivo cerca una connessione con i grandi e i piccoli. In più – e qui sta lo scarto – ribalta il genere del “film sul cane domestico” slittandone la prospettiva dal padrone all’animale.

La mia fantastica vita da cane edifica la dimensione educativa (l’amore come moto che appaga e non presuppone una ricompensa) all’altezza di una meditazione sulla società (l’egoismo che mette alla prova la cura dell’altro), individuando la chiave di comprensione nello “specifico canino” (il legame di fiducia e dipendenza con il proprietario, il passato come sensazione più che condizionamento).

A sottolineare la volontà di trattare l’apparato umano per mezzo di un animale, Marona ha elementi antropomorfi esteriori (l’abbigliamento) e intimi (la memoria): quello del cane è un punto di vista personale su temi più gravosi che riguardano anzitutto gli spettatori.

E si trasfigura attraverso una visione fluida e profondamente soggettiva che unisce animazione tradizionale e scintille tridimensionali, con Damian e i suoi animatori che rappresentano Marona con semplicità e si divertono con i comprimari (gli umani soprattutto: l’acrobata lungo ed elastico, il camionista imponente, la signora superficiale e affettata, gli anziani grigi), rifiutando le marche del realismo in favore di una fantasia surreale in grado di produrre una nuova realtà. Come se scoprissimo il mondo con uno sguardo nuovo.

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