La Mala – Banditi a Milano

Vallanzasca, Turatello e Epaminonda: Milano da morire. Convince la miniserie true crime: su Sky on demand e in streaming su NOW

28 Aprile 2022
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La Mala – Banditi a Milano
@ Agenzia Fotogramma

Guardie e ladri, anzi, ladri e guardie. Com’era una volta, come non è più. Nostalgia – letterale – canaglia, eppure La Mala – Banditi a Milano non indugia, non indulge: anziché romanzo, che pure avrebbe i nomi, i fatti, l’aura, è saggio criminale, la regia fredda, il racconto financo didascalico.

Francis Turatello @ Agenzia Fotogramma

Nondimeno. Il precipitato non è apologetico, di certo ingolosisce: quanto erano belli quei brutti ceffi? Belli de facto, come il bel Renè, ovvero Renato Vallanzasca; mitologici, come Angelo Epaminonda, detto il Tebano; american gangster, come Francis Turatello. Il tridente che tra gioco d’azzardo e spaccio, rapine e sequestri, regolamento di conti e conti da regolare shakera la Milano da bere, proiettando sulla capitale (im)morale e sull’immaginario collettivo una ragnatela sanguinosa, resiliente, efferata.

Renato Vallanzasca @ Agenzia Fotogramma

Quanto il crime, nelle declinazioni true o meno, c’abbia abboffato gli occhi, e non solo quelli, è ormai incontrovertibile: le piattaforme streaming ne hanno fatto uno dei piatti principali, con disciplinari nostrani – da Romanzo criminale a Suburra, passando per Gomorra abbiamo di che pareggiare la bilancia commerciale – o indicazioni geografiche esotiche, stile Narcos.

Renato Vallanzasca

La Mala non scarta con la storia, ci mancherebbe, ma diverge con il racconto: c’è un apprezzabile contrappunto tra le gesta criminose sovente sensazionali – per dirne una, l’evasione di Vallanzasca dall’oblò (“oiblò”, canzona) del traghetto che lo portava in Sardegna – e la docuserie che le custodisce e rinverdisce con forma paratattica, regia, diremmo senza voler inficiare, di servizio, drammaturgia piana ma non doma.

Angelo Epaminonda @ Agenzia Fotogramma

La Mala. Banditi a Milano è targata Sky Original (la trovate on demand su Sky e in streaming su NOW) prodotta da Mia Film in collaborazione con Seriously, scritta da Salvatore Garzillo con Chiara Battistini e Paolo Bernardelli, che dirigono.

Achille Serra

Cinque episodi per inquadrare la Milano che ha paura, quella a cavallo tra anni Settante e Ottanta, vessata – e goduta – dai banditi, (salva)guardata dalle forze dell’ordine e raccontata dai cronisti.

Superstiti e testimoni si fanno talking heads, resuscitando – si fa per dire – guerre e alleanze, sempre a geometrie variabili, sempre mortifere: Francis “faccia d’angelo” e il rivale storico Vallanzasca, di cui fu poi in carcere testimone di nozze; Francis e il protegè Epaminonda, che lo tradirà, per poi – sì? – pentirsene; il bel Renè e il Tebano, di due uno di troppo, e vale pure per la banda della Comasina del primo e gli indiani del secondo.

Osvaldo Monopoli

L’unico sopravvissuto è Vallanzasca, in carcere salvo evasioni dal 1972, che si confessa – anzi, non esageriamo: parla – con altri due della Banda, Osvaldo Monopoli e Tino Stefanini.

Piercamillo Davigo

Poi, ovvio, le guardie: il capo della Squadra Mobile Achille Serra, i giudici Alberto Nobili, Giuliano Turone, Piercamillo Davigo, l’investigatore Antonio Scorpaniti.

Umberto Gay

Quindi, il quarto potere: i giornalisti Marinella Rossi e Umberto Gay, cui il latitante Vallanzasca concederà de visu una clamorosa intervista a Radio Popolare.

Si parte dal 29 settembre 1984: il boss Epaminonda viene arrestato dopo anni di latitanza. Parla, e le sue rivelazioni scoperchiano le convergenze, e nemmeno troppo parallele, tra malavita e società civile. È la Milano di Francis Turatello, king indiscusso, ma non indiscutibile: la posta in gioco, d’azzardo, fa gola, e appunto richiama i tagliagole. Per il vertice si prenota Vallanzasca, il capo della nascente banda della Comasina, cui Achille Serra, omologo della Squadra antirapina, saprà opporsi – nel reciproco rispetto. Turatello e Vallanzasca da un lato della barricata, Serra dall’altro, tutti e tre si dedicheranno ai sequestri di persona, nuovo redditizio business sotto la Madonnina, vera e propria immagine-dinamite, già sacra e ancor più profana(ta), della miniserie true crime. È tempo del primo cadavere eccellente: Turatello viene massacrato durante l’ora d’aria nel carcere di Nuoro, gli esecutori sono colti in flagranza di reato, non i mandanti. Epaminonda, Vallanzasca, addirittura le Brigate Rosse, chi ha voluto eliminare il re delle bische? E le altre due punte del tridente, che fine hanno fatto? Epaminonda ne manda in gattabuia tanti, complice il maxi-processo del 1987, avendo in cambio una nuova identità, e una seconda vita; Vallanzasca avoca a sé il colpo di coda della stagione della Mala, quella rocambolesca, funambolica, persino fantasmagorica evasione dall’o(i)blò. Rien ne va plus, c’è giusto spazio per un’ultima sparatoria, che più icastica non si può: una pistola s’avanza tra le sbarre, l’aula bunker del maxi-processo accoglie i colpi dell’inaudito.

Tino Stefanini

La serie per la regia di Battistini e Bernardelli, già tra gli artefici di SanPa: Luci e ombre di San Patrignano, si fa apprezzare per quel che è, e ancor più per quel che non è: non che metta in sordina, ma non concede drammaturgicamente, diremmo strutturalmente frizzi e lazzi a quei bravi ragazzi sotto la Madunina.

E nemmeno riattualizza forzatamente l’esprit du temps, con una congerie di annotazioni sociologiche e connotazioni culturali che oggi vanno per la maggiore, ovvero per la minore, si veda da ultimo l’altrettanto meneghina e criminale Bang Bang Baby. È una scelta, oltreché elegante, intelligente, perché l’indotto rumore bianco eleva a potenza sensazioni, osservazioni, elusioni e confessioni dei protagonisti.

Nota a margine, tutti o quasi, gangster e sbirri, parlano un italiano buono o più che buono: davvero altri tempi, la sintassi non era un crimine. Su tutti, almeno per chi scrive, rimane la seraficità di Vallanzasca a ricordargli come un “infame” venne regolato nel carcere sardo: decapitato, la testa usata quale pallone da calcio e poi infilata nel water. Il bel Renè non recede, ricorda come andò al funerale della madre dell’ex amico, ma di non provare per quella raccapricciante esecuzione né rimorso né niente.

Sono lampi di crudezza che deflettono dall’agiografia vagante, dalla mitologia incipiente o, anche meno, dal mero sospetto, dalla semplice evenienza: fascinosi quanto vuoi, ma carnefici, sicché i guanti bianchi possono rimanere nel cassetto. Nulla di clamoroso, intendiamoci, ma anche questo è un pregio: c’è misura, gusto e, perché no, morale. Non la fa, e nemmeno la disfà: non è poco, proprio no. Insomma, La Mala fatta bene.

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