La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Lorenzo Mattotti adatta i plantigradi di Dino Buzzati: puntuale, compita e onorevole, ma la parafrasi batte la poesia. A Un Certain Regard

21 Maggio 2019
3/5
La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Leonzio, il Grande Re degli orsi, conduce il popolo dei plantigradi dai monti alla pianura abitata dagli uomini. Non lo farebbe, se non dovesse ritrovare il figlio Tonio, da tempo perduto ma mai dimenticato, e far fronte ai rigori dell’inverno. Riusciranno Leonzio e i suoi a sconfiggere il malvagio Granduca, sopra tutto, riusciranno a convivere pacificamente con gli umani?

Nomi e azioni accenderanno una lampadina nelle vostre teste, e non è un falso contatto: La famosa invasione degli orsi in Sicilia, prima di essere un film d’animazione diretto da Lorenzo Mattotti, è un romanzo scritto e illustrato da Dino Buzzati, e pubblicato prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e quindi in volume nel 1954.

Buzzati vi trasponeva l’abituale opposizione montagna/pianura, ovvero grazia e viltà, purezza e corruzione nell’alveo del racconto per bambini, ponendo l’accento anziché sul pedagogico o l’edificante sul piacere della narrazione e, dunque, della nostra lettura: l’adattamento di Mattotti, rinomato e lodato fumettista e illustratore, gli rende grazia?

In cartellone nella sezione Un Certain Regard di Cannes 2019, co-produzione Francia (maggioritaria) e Italia (Indigo), nel cast vocale Toni Servillo (Leonzio), Antonio Albanese, Linda Caridi, Corrado Guzzanti e Andrea Camilleri, La famosa invasione degli orsi in Sicilia cambia qualcosa rispetto al romanzo – per esempio, il cantastorie e Almerina non ci son – e accompagna a qualche buona trovata visiva un’uniformità di tratto e atmosfera, dunque racconto, non sempre all’altezza dell’originale buzzatiano.

Non tanto nel rispetto della naïveté dei disegni dello scrittore, esplicita, ma nell’afflato umanista complessivo: manca il colpo d’ala, l’invenzione specialissima, e una certa medietà sembra farsi cifra estetica, e poetica.

Preziosa la riflessione sullo straniero, l’invasione, la contaminazione (identitaria e morale) e la – possibile? – convivenza, soprattutto di questi tempi, ma alcune scelte, proprio all’insegna della via di mezzo, lasciano da subito perplessi: perché, per dirne una, gli orsi non lasciano le proprie orme nella neve e, al contempo, la sollevano?

Non è la nostra un’invocazione dei realismo o verosimiglianza, né sofisma, ci mancherebbe, ma il segno di una trasfigurazione incompiuta e una raffigurazione dimezzata: Mattotti, regista, co-sceneggiatore con Thomas Bidegain e Jean-Luc Fromental, nonché creatore artistico, osa forse meno del dovuto, sembra accusare un complesso d’inferiorità al cospetto di Buzzati, che – sottolineiamo – illustrò in proprio marcando il territorio visuale, e si risolve in una parafrasi.

Puntuale, compita e onorevole, ma la poesia c’è o meglio, siamo buoni, c’è sempre?

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