La Dea Fortuna

Ferzan Ozpetek si sacrifica all'altare di Stefano Accorsi e del bravo Edoardo Leo: il loro amore è salvo, il film meno

17 Dicembre 2019
2,5/5
La Dea Fortuna

La Dea Fortuna ha un segreto, un trucco magico. Lo scoprirete guardando il tredicesimo lungometraggio diretto da Ferzan Ozpetek, che dalla Dea Fortuna, via il santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina, prende il titolo.

Nella sua sostanza, ovvero nel rapporto d’amore di Arturo (Stefano Accorsi) e Alessandro (Edoardo Leo), il film può dirsi riuscito: entrambi gli attori sono bravi, Leo in particolare si ritaglia la sua migliore prova, e nella stracchezza di coppia di lungo corso c’è spazio per la tenerezza ma non solo, e il riconoscimento, quantomeno, dello spettatore è cosa fatta.

Quel che sta intorno, viceversa, è meno buono: l’improvviso arrivo nelle loro vite di due bambini, Sara Ciocca e Edoardo Brandi peraltro lodevoli, è d’occasione ma non sanzionabile, al contrario, la presenza della loro madre Annamaria (Jasmine Trinca), già migliore amica di Alessandro e malata, non s’affranca mai dalla funzionalità, ovvero dal servire la rinascita possibile alla coppia.

Poi, c’è la solita corte ozpetekiana, istruita secondo le linee guida già di Saturno contro (2006), Mine vaganti (2010) et alii: c’è Serra Yilmaz, c’è la transgender Cristian Bugatty, c’è Filippo Nigro con la memoria a scomparsa, c’è colore e sfondo, nulla più.

Approderemo infine nella Sicilia di Elena Muscarà (Barbara Alberti, in parte), la madre estraniata di Annamaria, ma anche qui il folklore – nobiliare – la fa da padrone.

Insomma, il centro è a fuoco, godibile, a tratti profondo, esplorato in lungo  e in largo, tra dramma e commedia, ma più ci si allontana e più la subordinazione e la strumentalità di snodi, caratteri e evenienze – la durata di quasi due ore non aiuta – danno nell’occhio: la liaison poeticamente ed emotivamente dispotica di Leo e Accorsi, per cui la musica di Pasquale Catalano è pregevole contrappunto e in cui primariamente si innesta lo spunto biografico di Ozpetek, “giustifica”, emanda il bassorilievo psicologico e drammaturgico circostante?

E’ come se il regista avesse cercato di sintetizzare i due ultimi e più drammatici Rosso Istanbul e Napoli velata con i precedenti e più scanzonati Mine vaganti, Magnifica presenza e Allacciate le cinture, facendo dei primi il fulcro e dei secondi il contorno, ma non tutto è andato a segno. Tocca consolarsi con gli sguardi languidi tra Leo e Accorsi, ma può bastare?

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1 Comment on "La Dea Fortuna"

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Lucia
Ospite

La recensione di questo film non è scritto in un italiano comprensibile.

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