La caduta dell’Impero americano

Di nuovo Arcand VS civiltà occidentale, ma la critica è troppo fredda e razionale: vittoria di misura ai punti

22 Aprile 2019
3/5
La caduta dell’Impero americano

Il regista canadese Premio Oscar torna su un tema a lui tanto caro, l’impero americano. “In declino” nel suo film del 1986 e oggi, più di trent’anni dopo, in caduta libera.

Dispiace tuttavia constatare che, proprio a confronto con il passato, Denys Arcand non conserva più la stessa ruvidità decadente e iconoclasta, quella evidente nei suoi primi lavori e nel celebre Le Invasioni Barbariche (2003).

La caduta dell’Impero americano, delicata parabola sul denaro e sul karma, vorrebbe essere un altro ritratto sulla società vuota, corrotta, malata terminale, e scagliarvisi contro con la forza di un giudizio razionale e inappellabile, ma non colpisce mai abbastanza a fondo.

Un fattorino con un dottorato in filosofia e una vita alienante si trova un giorno nella posizione di rubare un’enorme somma di denaro, a seguito di una rapina altrui, andata in fumo. La proverbiale occasione fa l’uomo ladro, sì, ma non per forza lo fa anche criminale.

Il protagonista, un fincheriano Alexandre Landry armato solo di valori propri e citazioni anacronistiche, tenta di realizzare l’utopia di Robin Hood, trionfo del crimine filantropico per eccellenza. Assembla così un team di comprimari mal assortiti (Maripier Morin, Remy Girard) per gestire insieme il bottino, contro due poliziotti (Louis Morissette, Maxim Roy), stereotipi del crime investigativo.

Il conflitto, puntellato in un ritmo geometrico, è gestito con rigore estremo, come il denaro sporco del film: si sente non poco la mancanza di un guizzo che buchi lo schermo e faccia esplodere il dramma.

La generosità dei nostri “eroi”, pur non privi di sfumature, sembra proteggerli e ricompensarli con incredibile fortuna nei momenti decisivi. La vicenda fiorisce, più che risolversi, nel migliore dei mondi possibili.

A scapito dello spettacolo, quindi, tutti vivono felici e contenti. La morale è che quando tutti collaborano, il piano riesce alla perfezione. Ma il film un po’ meno.

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