Kursk

Vinterberg porta sullo schermo la vera storia del sommergibile K-141. Ma è un film bloccato, ostaggio della prudenza e della piattezza, al RomaFF13

22 Ottobre 2018
2,5/5
Kursk

Dopo una carriera fatta di trasgressioni o di regole rivoluzionarie, deve avere un fascino particolare per un regista come Thomas Vinterberg – tra i firmatari del manifesto Dogma – girare un film che potrebbe aderire ai codici del kolossal storico in salsa europeo come Kursk ambisce a essere.

La storia vera che racconta – partendo dal libro di Robert Moore adattato da Robert Rodat – è quella del sommergibile K-141 Kursk e del terribile incidente, causato anche da negligenze e incuria da parte delle autorità: Vinterberg la racconta tanto dentro il sommergibile quanto fuori, seguendo le vite delle famiglie dei marinai coinvolti, secondo i canoni puramente “hollywoodiani” del disaster movie.

Tutto concorre alla creazione di un blockbuster impegnato, drammatico e commovente ma anche teso e spettacolare: c’è la vicenda tragica e i suoi incredibili risvolti politici che portano all’indignazione, ci sono i personaggi esemplari e i loro legami affettivi, c’è la progressione del racconto, la sua scansione ben rodata e, nonostante il budget non proprio faraonico, le sequenze spettacolari e le scenografie complesse.

 

Se la creazione non va quasi mai a buon fine è perché manca un regista che sappia dare vera forza a questi elementi, che sappia muoversi dentro schemi e modalità classiche e convenzionali con vivacità, capace di dare vigore estetico. Un film bloccato, immobile, ostaggio della prudenza e della piattezza più che delle convenzioni del grande film popolare.

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