Gli agenti segreti al servizio di Sua Maestà bevono whisky agitati e non mescolati, in un turbinio di azione da finimondo che proietta verso l’impossibile. 007 impallidirebbe davanti ai gadget tecnologici di cui dispone la Kingsman, una MI6 fumettata che si nasconde dietro a una sartoria di lusso. Li avevamo già visti all’opera in Kingsman – Secret Service, quando un folle Samuel L. Jackson cercava di devastare la Terra in nome dell’ecologia e del delirio quotidiano. Kingsman – Il cerchio d’oro è il figlio naturale della serie, un secondo capitolo dai forti toni pulp che si focalizza su scontri iperbolici.

Le danze si aprono con una corsa a perdifiato per le strade di Londra. L’eroe aggredito combatte con piglio spavaldo, scatena un attacco missilistico e incassa un numero imprecisato di bordate, senza perdere il suo charme e preparandosi per il tè delle cinque. Il suo nome di battaglia è Galahad, come il famoso Cavaliere della Tavola Rotonda, ma nella vita è solo Eggsy, un furfantello di periferia dalle nobili origini. Adesso la sua fidanzata è addirittura la principessa di Svezia.

La nuova minaccia ha la carnagione bianco latte di Julianne Moore, nei panni di una spietata trafficante di droga dall’animo nostalgico. Il suo quartier generale ricorda il Drive In di American Graffiti e, naturalmente, vuole manipolare i potenti per i suoi loschi propositi. Kingsman – Secret Service è una corsa in ottovolante di oltre due ore, dove il sangue scorre a fiotti e la caricatura della società moderna è la portata principale. Non esiste un limite all’eccesso, e quando anche un Elton John “piumato” si scopre cuore impavido, non resta che sconquassarci dalle risate.

 

Il delirio “verde” del primo film lascia il posto a una critica feroce verso l’intransigenza dell’amministrazione Trump. In questa storia, il presidente degli Stati Uniti rinchiude la sua gente negli stadi e mette in atto una pulizia etnica che rifiuta il diverso ed esalta la follia del razzismo. Sembra quasi di assistere all’allucinante nascita di una nuova “razza ariana”: pura, senza contaminazioni, pronta a plasmare un avvenire luminoso. I Kingsman sono i maghi della sartoria e dello spionaggio muscolare, forse anche maschilista, e per fronteggiare il malvagio vilain devono allearsi con una multinazionale dell’alcool. Paradossale, istrionico, oltre ogni limite, Kingsman – Il cerchio d’oro diverte con le sue continue citazioni e non insegue neanche per un istante la verosimiglianza. La missione impossibile si trasforma in una baraonda affascinante, sopra le righe, sospesa tra la critica sociale e lo slapstick.

Il regista Matthew Vaughn prepara un cocktail di glamour e pianosequenza spericolati, con un pizzico di country – western che colora l’ambiente. Mark Strong canta Take Me Home, Country Roads di John Denver a squarciagola e Channing Tatum cavalca verso il tramonto come un vero pistolero. Mancano solo i duelli alla Mezzogiorno di fuoco. Si gioca a bulli e pupe, e dentro ai “saloon” le schermaglie si risolvono con lazo e speroni. I proiettili fischiano, il capitalismo implode e l’apocalisse incombe, anche al cinema.