Irradiated

Documentario che procede per astrazione e generalizzazione: Rithy Panh in gara a Berlino 2020 per mostrare gli orrori indicibili dell'umanità, ma l'operazione è discutibile

28 Febbraio 2020
2,5/5
Irradiated

Il regista cambogiano Rithy Panh è sopravvissuto al terrore dei Khmer rossi e nel suo film presentato nella competizione berlinese, Irradiated, riprende e tratta le sue terribili esperienze. Ma il suo tentativo di mostrare l‘indicibile annegano, purtroppo, nel kitsch. Che le parole non possano descrivere un tale livello di orrore, così come il ricordo di quegli orrori (ha perso tutta la famiglia davanti ai propri occhi) è cosa certa. Irradiated però non è un’operazione sincera.

Panh lavora con immagini che dovrebbero avere lo scopo di offrire agli spettatori l’esperienza del sopravvissuto all’orrore. Il regista però non si attiene alla propria esperienza, ma la confronta con quella dei sopravvissuti di altri genocidi. Raccoglie immagini dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, delle vittime del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, dei soldati nelle trincee di Verdun e dei killing fields in Cambogia, come se fossero tutti comparabili. Come se esistesse un solo tipo di orrore. Universale.  Ma allora se si vuole spiegare il tema dell’indicibile successo nel XX secolo occorre fare un documentario e farlo bene.

Un documentario in grado di differenziare tra dimensioni e cause storiche diverse. Non un film inutile che confonde la realtà. Cosa che su un tema storico come questo è esiziale e anche grave. In un trittico Panh raccoglie immagini d’archivio di montagne di cadaveri fianco a fianco nel campo di concentramento. L’immagine singola è triplicata, il primo piano di fronte ai morti non può essere evitato. Uno sguardo di lato e guardi nella stessa faccia, anche nella terza foto vedi gli stessi occhi morti.

Non c’è scampo, l’effetto è rafforzato dalla divisione a tre. Rithy Panh ovviamente vuole che gli spettatori guardino e provino cosa succede loro quando vedono le atrocità create dall’uomo. Ma in uno spettatore onesto queste scene creano vergogna e il desiderio di chiudere gli occhi. Quindi esattamente l’opposto di ciò che Panh intende fare. E ancora ci sono montaggi paralleli, come se le immagini dei diversi genocidi si relazionassero tra loro: ci sono bambini che hanno i capelli che cadono dopo l’attacco della bomba atomica in Giappone.

Quindi montagne di capelli tagliati in un campo di concentramento. Questa selezione arbitraria è tenuta insieme da una narrativa poetica di una donna e un uomo d’altri tempi, sono l’attore André Wilms e l’attrice Rebecca Marder, entrambi francesi. Le testimonianze sono di sopravvissuti al bombardamento atomico che parlano di cosa significhi essere esposti al male.

Wilms e Marder appaiono anche come persone astratte, truccate di bianco con orbite nere, nella tradizione del teatro giapponese Kabuki. Si contorcono nei canyon di strade distrutte e nei paesaggi spezzati che la guerra ha lasciato alle spalle. Alla conferenza stampa, Panh ha definito polifonia questa combinazione di materiale d’archivio combinato con scene teatrali astratte di Kabuki e dissolvenze artistiche dai paesaggi di guerra.  In una performance di Kabuki un uomo cerca di togliersi la pelle contaminata. Ma la pelle non si toglie.

Il trauma si trasmette di generazione in generazione. Poi il volto di una giovane donna è accecato dall’immagine del paesaggio distrutto, come se stesse rivivendo l’esplosione davanti a sé. Rithy Panh dice che spera che il suo film possa far ricordare. Per impedire che queste atrocità si ripetano. Il film, che per lui doveva essere un “grido di speranza e sofferenza”, è nato attraverso discussioni con la cineasta francese, attrice e sopravvissuta di Auschwitz Marceline Loridan-Ivens, morta l’anno scorso all’età di 90 anni. Ha incoraggiato Panh a girare il film.

Utilizza anche estratti tratti dal film Cronaca di un’estate del sociologo Edgar Morin e del regista Jean Rouch dove Marceline Loridan-Ivens chiede ai passanti di Parigi se fossero felici. Panh riprende questo pensiero e nel suo film lo declina nel tema della memoria che da sola può aiutare a ritrovare la speranza. Panh voleva usare il potere del cinema per mostrare l’indicibile.

Tra immagini di archivio dei genocidi e fotografie delle nuvole a fungo delle atomiche, il regista ritaglia la domanda (patetica) se il mondo intero stia bruciando – o solo noi essere umani nella nostra umanità.

Irradiated è una sequenza arbitraria di immagini d’archivio di omicidi di massa, che porta alla pericolosa equazione di Olocausto, atrocità dei Khmer Rossi e vittime della bomba atomica. Panh costringe gli spettatori ad esporsi a queste immagini per non dimenticare.

D’altra parte, rende le immagini delle atrocità sopportabili attraverso l’astrazione. Una contraddizione che porta Panh a fare il contrario. Irradiated è un tentativo kitsch di svelare il male.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy