Io sono l’amore

Luca Guadagnino conquista gli Orizzonti del Lido: "aggiornando" Visconti, un lussuoso e nitido Gruppo di famiglia in interno

5 Settembre 2009
4/5
Io sono l’amore
Io sono l'amore

Due notizie. La prima è cattiva: Io sono l’amore è “solo” in Orizzonti. La seconda è buona: Io sono l’amore potrebbe vincerli. Diciamolo subito, da The Protagonists a Cuoco contadino (ritratto dello chef Paolo Masieri, “ricalcato” qui dal personaggio di Edoardo Gabbriellini), passando per Melissa P., il regista Luca Guadagnino non ci aveva mai entusiasmato, anzi. Ma non per mancanza di talento. Quel talento che in Io sono l’amore, progetto a lungo accarezzato e sudato dal regista, trova finalmente organica, se non definitiva, manifestazione.
Ridotta all’osso la sinossi è banale – una donna dell’alta borghesia milanese (Tilda Swinton) si innamora del giovane amico (Edoardo Gabbriellini) di suo figlio (Flavio Parenti) – ma il racconto (la sceneggiatura è di Barbara Alberti, Walter  Fasano, Luca  Guadagnino e Ivan  Cotroneo) la rende, almeno a tratti, straordinaria. Sulla scia di Visconti, che è termine di paragone legittimo e pure fertile, Guadagnino circoscrive con macchina da presa lucida ed elegante, lirica e geometrica insieme, il microcosmo dell’alta borghesia (non solo) milanese, inseguita anche a Sanremo e Londra nelle dinamiche familiari dei Recchi.
Nel cast, uniformemente all’altezza e ottimamente diretto, anche il patriarca Gabriele Ferzetti, la moglie Marisa Berenson, il pater familias Pippo Delbono (glabro, inedito e poderoso), la figlia lesbica di Tilda, Alba Rohrwacher (separate alla nascita), Io sono l’amore dichiara subito le ambizioni – un nuovo Gruppo di famiglia in interno/esterno – e una precisa volontà: non consegnare mai la storia all’assenza e/o all’eccesso di stile.
Lo stile c’è subito, a partire dalla neve che imbianca Milano e l’avvio, grazie alla fotografia di Yorick Le Saux (in carnet, Ozon e Assayas), le musiche di John Adams, il montaggio ambiziosamente impeccabile di Fasano e soprattutto l’occhio di Guadagnino, che senza indugiare nel virtuosismo delinea amori privati e disaccordi industriali, close-up poetici e campi lunghi analitici, coreografie culinarie e antropologia degli happy few per trovare il dolore che tutti accomuna. 
Non sono molte le cose che non vanno nel film, che almeno per  due terzi (fino all’amore ravvicinato di Gabriellini e Swinton) rasenta il capolavoro: il sottofinale avrebbe chiuso meglio del finale, sempre nell’ultima parte prolissità e didascalie fanno capolino, ma è poca roba di fronte alla volontà di stile e Cinema che nutre ogni taglio, ogni parabola e ogni scatto d’indagine. Indagine politica, senza megafoni né Ombre rosse. Ma c’è un problema: Guadagnino si dimentica spesso e con merito di essere italiano, almeno sotto il profilo cinematografico tout court. Forse per questo si è fermato agli Orizzonti. Speriamo, almeno, di gloria…

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