In Between Dying

L'azero Hilal Baydarov prende da Bresson e si lancia senza rete di protezione tra vita e morte: fragile, perfettibile e ardito, in Concorso

11 Settembre 2020
4/5
In Between Dying

Una vita, tutta, piena, come la morte, in ottantotto minuti, sulla scorta dell’insegnamento di robert Bresson: “Prima sentire emotivamente, poi capire”. Ce la fa l’azero Hilal Baydarov con l’opera seconda In Between Dying, prodotta dal messicano Carlos Reygadas, che l’ha fortemente sponsorizzata alla Mostra di Venezia, dove trova posto in Concorso.

Nel cast Orkhan Iskandarli e Rana Asgarova, il primo incarna Davud, un giovane buono ma incompreso che si mette in azione, per strada per trovare la sua vera famiglia, una moglie, un figlio, un cavallo bianco che sono il suo ubi consistam, l’amore e il senso della sua esistenza. Nel corso di una singola, interminabile giornata, Davud inforca lo scooter e si apre a una teoria di sfortunati eventi, meglio, luttuosi: c’è chi muore e chi ne trae beneficio, liberazione, che sia una morte accidentale, un omicidio o un suicidio. Allontanato(si) da quella madre che ama ma con cui non sa interagire, Davud si dà a un percorso lirico e mistico insieme, in cui la musica (Kanan Rustamli) è teologia della liberazione, in cui la fotografia (Elshan Abbasov) si concede tableaux vivants immaginifici, in cui il montaggio (Hilal Baydarov stesso) si ritaglia lo spazio, e il tempo, della contemplazione.

L’esordio Hills Without Names non era peregrino, il trentatreenne Baydarov ha qualcosa da dire e sa come mostrarlo, echeggiando gli sconfinamenti di Reygadas, il flusso      del Simon mágus di Ildiko Enyedi, l’irriducibilità all’esistente di Aleksey German Jr. Non è un film per tutti, il candidato a grande fratello Davud richiama un abbandono iniziatico, un affido senza rete di protezione, e lo stesso il suo regista e sceneggiatore: la morte fa parte della vita, e la catalisi è l’amore.

È delicato, ardito, fragile e sconsiderato In Between Dying, e chiede accudimento e ascolto: ci sono sequenze che non si dimenticano, risonanze che scoprono dolore e possibilità, fino alla fine. Fino a quando è troppo tardi.

Non è un film perfetto né vuole esserlo, ma ha il coraggio della precarietà, l’erranza del talento, il rischio dell’estinzione. Nel Concorso di Venezia 77 non è tanto, è tutto.

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