Il re leone

Dopo Il libro della giungla altra riproposizione in "photo real" firmata Jon Favreau di un classico Disney. L'effetto è sorprendente, ma un po' di coraggio in più non avrebbe guastato

15 Luglio 2019
3/5
Il re leone

Nell’universo Disney esistono due tipi di “realtà”: quella figlia dell’immaginario e quella che ci viene riproposta. Con i remake in salsa live action, tornano a vivere i classici di un tempo, che hanno accompagnato intere generazioni. Il successo è assicurato, i bambini di oggi non smettono di sognare e quelli di una volta si commuovono. L’effetto nostalgia fa la sua parte. Ma il cinema ci guadagna? Dal punto di vista popolare senz’altro.

Nel caso di The Lion King è la tecnica a fare enormi passi avanti. Anche il live action è superato, qui si parla di photo real. Le immagini vere si mescolano a quelle ricreate al computer, e l’effetto è sorprendente. Continua il percorso iniziato con Il libro della giungla, sempre con John Favreau dietro la macchina da presa. Rispetto a quel primo esperimento, qui si insegue una rappresentazione quasi mimetica del reale, e il lavoro sui paesaggi e sulla profondità di campo è affascinante.

Ma potremmo dire con un gioco di parole che: “la parte del leone la fa il Lion King”. I felini non vengono “umanizzati”, e nelle movenze sono eccezionalmente simili ai veri abitanti della savana. Questo porta a una narrazione più realistica (però forse più fredda). E ricorda Il libro della giungla, dove l’orango Luigi sembrava il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, e Shere Khan diventava molto più autorevole e inquietante. Divertente l’idea di cambiare il sesso al serpente Kaa, in una sequenza al limite dell’horror.

Si osserva (a volte come in un documentario), ci si immerge, e visivamente è una delle migliori sperimentazioni ad alto budget che si siano viste negli ultimi anni.

The Lion King non si discosta molto dall’originale. Vengono aggiunti trenta minuti per dare più spessore ai personaggi, si segue la linea del politicamente corretto (Pumba combatte contro il “bullismo”, Nala assume un ruolo ancora più centrale, il capo delle iene è donna…). Si gioca con ironia sulla versione del 1994 (quando Pumba racconta la sua gioventù, chiede a Timon perché non lo censuri…), e la Disney addirittura si autocita riferendosi a La bella e la bestia (si sentono gli echi del candelabro Lumière e della sua squadra…).

Disney dentro Disney, cartone animato dentro a real action. Si potrebbe quasi parlare di “metaDisney” invece che di metacinema. The Lion King è Il Re Leone, un quarto di secolo dopo. Viene mantenuta l’anima pedagogica, si respirano atmosfere shakespeariane, ci si interroga sul “grande cerchio della vita”, sulla difficoltà di crescere, sulla ricerca della propria identità. La Rupe dei Re resta un simbolo di integrità morale, usurpata da un malvagio zio e dal suo esercito di tirapiedi. La poesia rimane intatta, e si aggiorna.

Ma nella storia cambia poco o nulla, in un film rispettoso del cult a cui si avvicina. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio (l’unico che ha provato a riscrivere la vicenda è stato Tim Burton con Dumbo, demolito dalla critica d’oltreoceano). Il ruggito del leone qui lo fa la tecnologia, in un luogo dove il futuro incontra il presente.

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