Il mio profilo migliore

Juliette Binoche interpreta solitudine, dolore, eccitazione e paura, senza sbagliare. Dramma moderno e riuscito

12 Ottobre 2019
3/5
Il mio profilo migliore

Dalla Francia un altro spunto di riflessione cinematografico sulla società moderna. Juliette Binoche è una donna ultracinquantenne, una professoressa universitaria divorziata con due figli tra i dieci e i vent’anni. Lasciata dal marito per una donna con la metà dei suoi anni, cerca di divertirsi un po’, sentimentalmente, anche, perché no, per dimenticarlo.

Ma dimenticare è difficile, soprattutto quando il tuo obiettivo è una vendetta speculare: innamorarsi di (e far innamorare) un ragazzo. Tutta la storia è raccontata dal punto di vista psicoterapico: la protagonista affronta una serie di sedute e la sua psicologa, in silenzio per gran parte del film, un silenzio importantissimo, tira i fili della narrazione. Quest’ultima evidenzia i punti salienti di una relazione virtuale che la donna ha con un inconsapevole “coetaneo”, fingendosi ventenne su Facebook con un profilo, quello del titolo, falso.

Inizia come un gioco, prosegue come una cosa seria. Ma la paura di conoscere il ragazzo, e perderlo, è sempre troppo alta. Può sembrare, all’inizio, che si voglia rivolgere l’attenzione a temi sociali, ai social network, per l’appunto, e al solco generazionale che tendono a tracciare sempre più profondo.

Invece no: è un film di sentimenti, e sentimenti forti. Cosa significa amare, cosa andare avanti? Chi può aiutarci e chi possiamo aiutare, o condannare, con le nostre azioni? Ogni scelta lascia cicatrici, su noi e sugli altri, di cui conosciamo a malapena gli effetti a lungo termine. O, forse, potremmo conoscerli ma decidiamo di ignorarli.

La regia, a parte qualche ottimo primo piano, è più che altro di servizio alla trama, ai suoi colpi di scena alquanto telefonati, ma comunque efficaci. Forse indugia un po’ troppo in riprese aeree, ai limiti del narcisismo da drone. Interessante però il terzo atto che, come nel gioco dell’Oca à la Sliding Doors, fa un passo indietro per raccontare (con l’espediente della meta-narrazione letteraria) un possibile finale alternativo. L’epilogo, quanto mai sincopato e compresso, disperde quasi l’energia preziosamente accumulata ma si riprende con un ultimo colpo di coda.

Conosciuto il confine estremo del dolore che possiamo sopportare, siamo capaci di resistere e astenerci dal valicarlo?

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