Il legionario

Un'opera prima serrata, che a tratti ricorda un war movie. L'esordiente Hleb Papou denuncia una società incapace di includere l’estraneo, l’indifeso. Ad Alice nella Città

15 Ottobre 2021
3/5
Il legionario

Il tema delle case occupate è sempre più centrale nel cinema italiano. In poco tempo abbiamo visto due titoli affini, dai contenuti simili, che differiscono solo nel linguaggio: Spin Time, Che fatica la democrazia! di Sabina Guzzanti e Il legionario di Hleb Papou. Il primo è un documentario, il secondo un racconto di finzione. Anche in Il legionario vediamo Guzzanti con il microfono in mano.

In Spin Time si parla della realtà di un palazzo occupato sull’Esquilino, a Roma. Nel film di Papou non si fanno nomi, ma il riferimento all’Esquilino è chiaro: a un certo punto viene anche riproposta la sequenza in cui l’elemosiniere del Papa toglie i blocchi imposti dalla polizia, e fa ripartire la corrente elettrica.

Il legionario affonda quindi le radici nell’attualità. Affronta il multiculturalismo, l’abbandono da parte delle istituzioni, il diritto alla casa. Il personaggio principale è quello di un celerino di nome Daniel, italiano di seconda generazione, che spesso viene mandato a sorvegliare gli sgomberi. Fino a quando è costretto a mettersi contro la sua stessa famiglia.

L’esordiente Papou è abile nel costruire un’opera prima serrata, che a tratti ricorda un war movie. I colori si fanno man mano più spenti, cresce la tensione, partono le cariche. Il richiamo è ad ACAB – All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, del 2012, dove il poliziotto lacerato aveva il volto di Pierfrancesco Favino. Papou denuncia una società incapace di includere l’estraneo, l’indifeso, ancorata a vecchi retaggi che non si riescono a superare.

 

La doppia ferita per Daniel è quella di dover scegliere tra i “fratelli” della celere e le persone con cui è cresciuto. L’ostilità porta alla violenza, ai manganelli, al rumore dei colpi sugli scudi. L’impianto è muscolare, ma il tono della vicenda è intimista. Per Daniel la vera lotta è nella quotidianità, dilaniato tra le proprie origini, una paternità in arrivo, e la fedeltà al lavoro.

Qual è la vera giustizia? Basta una divisa per trasformarsi in paladini? Papou provoca, non fornisce risposte accomodanti. Si concentra sulla questione identitaria del suo protagonista, che diventa il ritratto di un mondo indifferente. In Francia la polizia è quella di BAC Nord, I miserabili. Da noi è quella di Il legionario. Sia in Italia che oltralpe, l’immagine è quella di un gruppo di uomini sotto assedio, al limite della legge, che faticano a riconciliarsi con una divisa sempre più stretta.

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