Il grande spirito

Western urbano per Sergio Rubini, che dirige se stesso e un grande Rocco Papaleo: non un film perfetto, ma generoso e irredento

3 Maggio 2019
3/5
Il grande spirito

Un western urbano, un derelitto che si crede l’ultimo dei Sioux, un ladro sfottuto da tutti, una città, Taranto, dove si muore come bisonti. E’ Il grande spirito di Sergio Rubini, che a quasi trent’anni dall’esordio alla regia, La stazione (1990), si dirige tra sogno e realtà, dramma e risata, ovvero gli argini abituali del suo lavoro dietro e davanti la macchina da presa.

Un film con un messaggio, per esplicita intenzione, issato sulla sua lunga figura, quel Tonino/Barboncino che vive a testa bassa per qualche dollaro in più dal malaffare, e sulle purissime e sballate suggestioni di Cervo nero (Rocco Papaleo), che buttandosi a capofitto tra gli Indiani d’America non ha seppellito l’ascia della residua dignità. Si troveranno, così distanti e così ineluttabilmente vicini, su un terrazzo condominiale, a fronteggiare due minacce: quella più prosaica e smargiassa dei delinquenti cui Tonino ha sottratto il bottino e l’altra, più infida e devastante, delle ciminiere, che occupano paesaggio e infestano destini.

In anteprima al decimo Bif&st e dal 9 maggio 2019 nelle sale italiane, Il grande spirito non è un film perfetto, anzi, ma ancor più non è un film pastorizzato né omogeneo, e omogeneizzato, al gusto globale: Rubini non aderisce al genere più facile, il crime, né si rifugia nel meridionalismo antropologico, al contrario, fa del western tensione poetica, trasfigurazione sentimentale, resistenza ideologica.
Scritto con Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini, avrebbero giovato una sensibile sforbiciata – dura 113 minuti – e una maggiore compattezza, financo assertività, drammaturgica, ma non tutto il “male” vien per nuocere: proprio in questa lungaggine, in questa spossatezza sta l’intesa e intensa volontà di non arrendersi all’evidenza, alla performanza, alla funzionalità, tutte e tre meramente commerciali.

Rubini dirige a soggetto, non reifica ma apre – la fotografia di Michele D’Attanasio e ancor più le musiche, splendide, di Ludovico Einaudi aiutano – alla possibilità, all’imprevisto e, sì, all’impossibile, dando l’ultima parola, l’ultima immagine all’immaginazione, al cervo incongruo e gratuito e libero. Si può morire, ma si può rimanere.

Papaleo è superbo, Rubini non indietreggia, Il grande spirito è aggrovigliato e malfermo, generoso e irredento: sopra tutto, tiene fede al titolo che s’è scelto.

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