Il giovane favoloso

In concorso il Leopardi di Martone: autentico biopic in soggettiva, con uno straordinario Elio Germano. Memorabile

1 Settembre 2014
5/5
Il giovane favoloso
Il giovane favoloso

Quando nel finale la macchina da presa si fissa sui suoi occhi rigati di lacrime, Il giovane favoloso – inteso come personaggio, e come film – ha compiuto la sua luminosa parabola. Finalmente le immagini e la poesia si fondono in maniera mirabile, i versi della Ginestra congelano il furore del Vesuvio che tutto intorno erutta e infiamma e incenerisce la terra; il cielo oscuro e stellato evapora perdendosi nelle lontananze della notte cosmica, mentre affiora “il viso” che tutto riflette e trattiene e forse se ne lascia sopraffare.
Momento altissimo, di sovrumana violenza mista a bellezza, di orrore sublimato, assimilato, trasformato in…commozione. Timore, tremore e stupore si compenetrano e si innervano nella straordinaria mimesis facciale di Germano. E affiora il ritratto, la luce in fondo al mistero del volto umano, la chiave del suo disvelamento: riconosciamo nel Leopardi uno di noi, ora che il Leopardi riconosce – ne La ginestra, il suo finale di partita – di essere uno con noi. Tutto è compiuto, il grande scettico ritrova il fiore e la fragranza della solidarietà umana nella coscienza di una comune e infelice sorte. E’ un testamento artistico e spirituale che, crediamo, Martone sottoscriverebbe. Ma l’operazione portata avanti dal regista napoletano – che dopo la parentesi monumental-storiografica di Noi credevamo ritrova la sensibilità mercuriale e il tocco a tratti onirico dei primi lavori – va oltre l’adesione intellettuale, poetica e sentimentale con il soggetto. E’ un progetto di aggiustamento prospettico, che mira (riuscendovi) a restituire Giacomo Leopardi oltre una frusta aneddotica. Perciò Martone sceglie di chiudere il film con il primo piano sul volto del protagonista dopo avercelo mostrato a più riprese di schiena, quella stessa che ancora oggi per molti rappresenta l’infamante chiave d’accesso all’enigma leopardiano: il gobbo, lo storpio, il deforme infelice. Più che il poeta sofferente, a emergere è il Leopardi intellettuale e pensatore. Il suo sguardo profetico accanto a – se non oltre – quello poetico. Martone privilegia la produzione filosofica del Leopardi (Le operette morali), rinunciando ai canti più intimi e gettonati del poeta (come A Silvia) ma non a quelli “metafisici e visionari”, da L’infinito a La ginestra appunto.
Il regista ci chiede di non guardare più a Leopardi, ma di guardare con Leopardi. E non sarà proprio lui del resto a confidare al Giordani di non cercare né fama né gloria ma solo amore? Ovvero com-passione umana, che è anche, soprattutto, condivisione di prospettive?Il film ci mostra invece come per tutta la vita Leopardi abbia dovuto difendere la propria indipendenza e originalità di sguardo dai ripetuti tentativi da parte di altri di addomesticarlo e soggiogarlo: dal padre Monaldo, fine erudito ma intransigente reazionario, al Pietro Giordani, che lo stima ma vorrebbe da parte sua un maggiore attivismo politico. Persino Ranieri sembra non capire fino in fondo l’amico. D’altra parte la dialettica tra “vedere” e “vedersi” (attraverso lo schermo degli altri) è l’aspetto più interessante e squisitamente cinematografico del Giovane favoloso. Il protagonista avverte con tormento non solo di non essere compreso, ma di essere costantemente giudicato dagli altri, per via del suo pessimismo radicale e, ovviamente, per l’aspetto fisico. C’è nel Leopardi martoniano una resistenza commovente a non farsi spettacolo. In una delle prime scene vediamo Monaldo organizzare una sorta di talent-show ante litteram in cui i tre figli – Giacomo, Carlo e Paolina – dovranno dare prova della loro erudizione di fronte a una platea di amici, parenti e studiosi: Giacomo è l’unico dei tre a non rispondere al test del padre. Più in generale tutte le volte che Leopardi passa da soggetto della visione ad oggetto – succede con la giovane figlia del cocchiere di Monaldo, la sfortunata Teresa (cui Leopardi dedicherà A Silvia) e poi più tardi nella bellissima sequenza girata nei bassifondi di Napoli, tra le prostitute – va in tilt, perdendo ogni automatismo vitale (persino il più naturale come la minzione). Insopportabile forse il peso della propria presenza, vissuta come una gabbia. Il paradosso è che mentre Germano si accartoccia sempre di più nel corso del film, l’anima del Leopardi si innalza toccando vette ogni volta più alte.
Il dissidio tra costrizione e liberazione è una costante, e viene visualizzato tanto con il lavoro sul corpo di Germano, quanto con quello sullo spazio di Martone – Leopardi crea sempre da una microscopica porzione di mondo, che sia la finestra che dal suo studio si affaccia sul cortile o la terrazza di Villa della Ginestra.
Più nega se stesso, più trova Tutto. E se ciò avviene più come una sorta di maledizione che come scelta, cambia poco. Ci pare una felice rappresentazione della pulsione artistica che oltrepassa le mere letture psicoanalitiche. Che pure qui non mancano: il rapporto con una madre tanto integra quanto fredda, e con un padre tanto amorevole quanto possessivo.

Ma questo è solo uno dei tanti livelli di lettura di un’opera stratificata, imponente, felliniana e rosselliniana insieme, troppo vasta per una sola visione. Nel Leopardi, Martone fa confluire il dettaglio biografico, l’ammirazione e la febbrile umanità, ma anche considerazioni più personali sul rapporto tra artisti e intellettuali, e la distanza che entrambi dovrebbero sempre tenere con la politica, le ideologie e le istanze del proprio tempo.
Netto, e in continuità con quanto emerso già in Noi credevamo, il giudizio sull’Italia (dalla asfittica Recanati alla Napoli lazzarona, passando per la Roma papalina e la Firenze dei salotti vacui e untuosi).

Il giovane favoloso non è un film perfetto: la prima parte, quella ambientata a Recanati, resta la migliore, mentre cala un po’ quando la scena si sposta a Firenze (la noia dei salotti finisce per riversarsi in poltrona), per crescere lentamente poi fino a esplodere nello splendido finale. Tuttavia è uno dei film più importanti realizzati dal cinema italiano negli ultimi anni. Sfaccettato, complesso, colto, sorretto dal contributo notevolissimo di interpreti (Germano, ovviamente, per primo) e cast tecnico (molto belle ad esempio le musiche di Sascha Ring, che mescola elettronica, piano e Rossini), è un’opera di cui si farà uso a lungo e che si spera possa essere adottata dalle scuole per rianimare stanche lezioni e smorte antologie.
Gli studenti ne trarranno beneficio. Gli insegnanti di più.

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