Il buco in testa

Fuori concorso al 38° TFF, Teresa Saponangelo ostinata e contraria per Antonio Capuano: la libertà, oltre le debolezze

24 Novembre 2020
3/5
Il buco in testa
@ Nunzia Esposito

Il buco in testa riconsegna il talento irregolare di Antonio Capuano, regista tra i più ondivaghi e sorprendenti della sua generazione, capace di folgorarci con Luna rossa (2001) e La guerra di Mario (2005), sempre interessante e irriverente anche dove palesemente minore, come nel recente Achille Tarallo (2018).

Fuori concorso a Torino 38, il suo nuovo film prende spunto da una storia vera, da Antonia, “nata nell’autunno del 1977, in una cittadina della fascia costiera a sud di Napoli, orfana di padre. Un padre ammazzato prima che lei nascesse. A Milano, mentre prestava servizio durante una manifestazione di militanti di estrema sinistra. Vicebrigadiere di Pubblica Sicurezza Antonio Custra, 25 anni, III Reparto Celere”. Antonia diventa Maria Serra, incarnata in modo totalizzante da Teresa Saponangelo, che vive vicino al mare con vista sul Vesuvio, una precarietà multilaterale, dal lavoro agli affetti, una madre pressoché muta e una possibilità di riscatto, revanche: l’omicida del padre ha scontato la pena, vive a Milano e, si dice Maria, “adesso so chi odiare”, e forse pure di più.

Scritto e diretto da Capuano, non inquadra con Guido Mandelli (Tommaso Ragno, bravo) solo chi fece la lotta armata negli anni Settanta per vedere oggi chi, che cosa sia diventato, ma cerca una Weltanschauung in cui l’odierna precarietà, anche e soprattutto di senso, si interfaccia, se non addirittura si relaziona, a quella guerra, se non quale residuo, precipitato almeno quale relitto: non si sono uccisi solo i padri, ma i figli, le figlie, Maria e le altre orfane che tali sono anche senza essere anagraficamente orfane.

A questo, che è il nucleo del film, anzi, Il buco, Capuano accosta e prova a collegare altre storie, altri personaggi, dall’insegnante Fabio Violante (Francesco Di Leva) all’amica di Maria Titti (Daria D’Antonio), non sempre con efficacia. Anche talune scelte di regia, dal bianco e nero degli anni di piombo che trascolora (per tacere del filo di sangue…) a Maria che si rivolge in macchina allo spettatore o pedibus calcantibus si avoca il diritto alla trasfigurazione, lasciano interdetti, insoddisfatti, ovvero intimamente consci non ce ne fosse bisogno, e tuttavia Il buco in testa, forte di una Saponangelo ostinata e contraria, è più forte dei suoi errori, delle sue debolezze, perfino delle sue piccinerie (anche alla voce Sardine…). Perché in testa ha la libertà.

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