Il buco

Michelangelo Frammartino scende nell'abisso del Sud anti-Boom, ma senza scavare: in Concorso

4 Settembre 2021
3/5
Il buco
Il buco di Michelangelo Frammartino

1961, su: il grattacielo Pirellone a Milano, Lombardia. 1961, giù: l’Abisso del Bifurto sull’altopiano del Pollino, Calabria. Michelangelo Frammartino sceglie il secondo, e ne fa il suo terzo lungometraggio da regista: Il buco, in concorso a Venezia 2021.

Il regista sgonfia il Boom economico, ovvero volge lo sguardo altrove, ai ragazzi settentrionali che fecero l’impresa in Meridione: nell’agosto del 1961 un gruppo di giovani speleologi scopre in Calabria quelal che con i suoi 700 metri è una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso del Bifurto.

La loro coraggiosa e fortunata missione, in direzione ostinata e contraria rispetto allo sviluppo del Nord, è contrappuntata dagli ultimi giorni di un pastore calabro, il cui richiamo alle mucche fa da colonna sonora e, di più, da canto del cigno dell’arcaicità che se ne va.

La fotografia di Renato Berta, che ci dischiude la grotta interminabile, è la cosa migliore del film, è nei fatti rivelatrice di una realtà celata, se non misconosciuta. Di contro, è fin troppo estatica nella profondità di campo che si concede dall’altipiano all’infinito.

Se l’aspetto visivo è d’abitudine rilevante e magnificente, viceversa, Frammartino, che scrive con Giovanna Giuliani, è meno profondo, pur avendo a disposizione la grotta, più didascalico, più prevedibile di quanto non ci avesse mostrato ne Il dono (2003) e Le quattro volte (2010): l’eponimo buco c’è già, sicché Michelangelo non scava, giustappone/contrappone Nord e Sud, l’antonimia del Pirellone visto televisivamente dal montacarichi che sale e l’Abisso dei giovani piemontesi che scende, con una copertina d’Epoca, raffigurante il presidente Kennedy, che è troppo corta, ovvero troppo spiccia per essere proiettata in quella grotta. Non c’è, in breve, mise en abyme, le considerazioni antropoculturali, ovvero socioeconomiche, sono superficiali, comuqnue programmatiche e schematiche.

Certo, (dover) aspettare undici anni dal secondo al terzo film spiega, eccome, questa docilità – no, non cattività, addomesticamento – poetica, questa necessità (altrui) di spiegare e spiegarsi, ma del Frammartino duro e puro si sente la mancanza.

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