I figli della notte

Homo homini lupus e privilegio di classe: l'esordio di Andrea De Sica, tra ambizione e realtà

30 Maggio 2017
2,5/5
I figli della notte

Un collegio tra le Alpi, teso a formare la futura classe dirigente. Regole ferree, rituali anodini, telefono e Internet limitati, ma non c’è reale antagonismo, non c’è conflitto tra studenti e istituzione: il Sistema governa indisturbato, perché tutti vi concorrono, e la trasgressione è solo apparente, ovvero contemplata e controllata.

E’ l’acquario innevato de I figli della notte, esordio al lungometraggio di finzione di Andrea De Sica, figlio del compianto compositore Manuel e nipote di Vittorio.

Unico italiano in Concorso al 34° Torino Film festival, prende in prestito topoi fiabeschi, à la Hansel e Gretel, ma per sconfessare la morfologia proppiana: non c’è premio, non c’è principessa, ma omicidio, tradimento e falsa testimonianza.

Orfano di padre, la madre in altre faccende affaccendata, il 17enne Giulio (Vincenzo Crea) finisce suo malgrado in un collegio in mezzo alle Alpi: riuscirà a sopravvivere al bullismo degli studenti più grandi, l’ipercontrollo di insegnanti ed educatori (Fabrizio Rongione) grazie all’amicizia con Edoardo (Ludovico Succio). Un sodalizio anti-Sistema, almeno all’apparenza, fatto di opposizione ai bulli, resistenza agli educatori e fughe notturne alla volta di un locale di stripper, dove Giulio intreccia una relazione con Elena (Yuliia Sobol).

Non mancano simmetrie ardite e riferimenti debiti, dall’Overlook di Shining in giù, e nemmeno un’idea di regia, un’ambizione di indagine, una riflessione di sistema – come conciliare homo homini lupus e privilegio di classe? – ma I figli della notte ha tutte le debolezze dell’opera prima, e anche qualcuna in più: la copertura delle carte poetiche non sempre è funzionale, ma spesso confonde e basta; la baita delle stripper è imbarazzante, oltre la consapevolezza stessa di Edoardo/Succio: perché, si veda anche Indivisibili di Edoardo De Angelis, non sappiamo trattare l’erotico, il postribolo, il partouze?; alcune scene, purtroppo anche nel finale, sono pletoriche nelle immagini, didascaliche nei dialoghi.

Nondimeno, la meccanicità del privilegio, la sociopatia di classe, l’estremizzazione del compromesso vanno da qualche parte, e non disprezzabile affatto: gli interpreti, Succio à la Ezra Miller su tutti, sono congrui, la macchina da presa spesso è al posto giusto, manca, e dici poco, una scrittura, una scansione narrativa all’altezza delle intese ambizioni. Che per volare alto servono le ali in sceneggiatura e, ancor prima, non serve essere confusi per convincere. Anzi. Si veda, a proposito, Afterschool, esordio di Antonio Campos.

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