Give Me Liberty

All'IFFAM di Macao l'opera seconda del russo-americano Mikhanovsky: commedia picaresca e forsennata su sedia a rotelle, che qualcuno la distribuisca in Italia

7 Dicembre 2019
4/5
Give Me Liberty

Una delizia di commedia in sedia a rotelle. Matta e picaresca, arruffata e arraffona, ondivaga e precaria, coraggiosa e liberissima: l’opera seconda Give Me Liberty del russo trapiantato in America Kirill Mikhanovsky (Sonhos de Peixe) approda all’IFFAM di Macao, dopo Sundance e Quinzaine.

Protagonista, ma con licenza di farsi piccolo e cedere la scena ad altri, è un venticinquenne americano, Vic (Chris Galust, talento naturale, ricorda il Di Caprio di Mr. Grape), chiamato a scarrozzare su un van ad hoc dei disabili a vario titolo per Milwaukee. Esperienza che biograficamente appartiene al regista e co-sceneggiatore, di certo, elevata a potenza poetica ed empatica: si ride, di più ci si fa travolgere da questo altro mondo possibile.

Già, Mikhanovsky dà briglia sciolta ai suoi personaggi senza farsi troppi problemi, e nemmeno quelli drammaturgici: Vic rischia il posto per ritardi e inadempienze, l’imprevisto è la norma, la meta il viaggio, e che viaggio, con tappe sentimentali, scorciatoie seducenti, soste d’irrealismo socialista, sullo sfondo di una città politicamente in tumulto.

Tra nonni golosi di pollo e potenziali piromani, diabetici obesi lamentosi, cazzute avvocatesse (Lauren “Lolo” Spencer) e romantici guasconi (Max Stoyanov, il suo Dima ruba la scena), Vic dovrà cambiare programma come se non ci fosse, professionalmente parlando, un domani: preposto a portare due o tre persone alla volta, il pullmino si riempirà di anziani russi, meglio, ex-sovietici intenzionati a congedare nel migliore dei modi un caro estinto…

Non tutto funziona, per carità, ma sono problemi di crescita, perché Give Me Liberty cresce a dismisura, ovunque, selvaggio, ma senza mai perdere la tenerezza: la bussola emotiva è nello scambio tra Vic e il suo confidente, un disabile afroamericano allettato, che lo guida con saggio sentire.

Non ci sono disabili e normali, ma un continuum fusionale e solidale, in cui perdersi e ritrovarsi: senza programma, senza guadagno, è la possibilità del tutto, è la libertà. Anche di far suonare un disco senza giradischi.

Se qualcuno ce lo distribuisse in Italia, Give Me Liberty, farebbe cosa buona e giusta. Con buona pace di Si può fare (regia di Giulio Manfredonia, 2008), qui “Si fa”: alla grande.

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