Fixeur

Dopo Illegitimate, altro scavo psicologico e sociale del rumeno Adrian Sitaru

21 Marzo 2018
3,5/5
Fixeur
Fixeur

Il cinema rumeno contemporaneo è un cinema teso e morale, in cui si disseziona la società attraverso le armi di un racconto affilato che mette alla berlina l’essere umano.  Ma rispetto a Puiu o Mungiu, Adrian Sitaru nel suo Fixeur – al Torino Film Festival 2016 assieme a un altro film dell’autore, Illegitimate – utilizza anche le immagini e la macchina da presa per raddoppiare lo scavo psicologico e sociale.
Nel film, il protagonista è un aspirante giornalista che sta cercando assieme a dei colleghi francesi di intervistare una ragazzina, appena tornata in Romania dopo essere stata costretta a prostituirsi a Parigi. Ma arrivare alla verità può significare anche calpestare la morale. Scritto dallo stesso Sitaru, Fixeur è un dramma dalla forte struttura narrativa e dal tema compatto, in cui l’andamento da detective story – come ogni film con giornalisti è, in fondo – si apre spesso a questioni delicate e universali.

Infatti Fixeur non è solo la fustigazione dei costumi dei mass media, non è tanto il racconto a tesi sul giornalismo che manipola la verità, ma parte da queste riflessioni per costruire un semi-saggio sul tema della verità e della conoscenza come scontro continuo con l’etica umana e la deontologia professionale: in fin dei conti, come si può pretendere di cercare la verità se non si capiscono le persone con cui si vive (il rapporto tra il protagonista e il figliastro)? Come si può comprendere se non facciamo altro che tradurre linguaggi o emozioni altrui per portarli alla nostra altezza?

Chiaramente Sitaru fa un lavoro di scrittura notevole, ferreo e sottile, ma ciò che colpisce di più è l’uso dei mezzi tecnici e stilistici, in particolare lo zoom che per il regista diventa un modo di riflettere sull’etica della visione, di confrontare l’estetica del reportage (spettacolare e sensazionalistica) con quella del cinema, alternandole senza schematismi, confondendole, chiamando in causa quindi non la responsabilità del mezzo, ma quella del regista. Dell’essere umano, in ultima istanza. Sitaru si conferma autore da tenere d’occhio, anche con uno zoom se possibile.

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