Dreamland

Il regista Miles Joris - Peyrafitte mette in scena i suoi Bonnie e Clyde. Omaggia Arthur Penn e scatena la furia degli elementi. Con Margot Robbie. Al TFF 37

27 Novembre 2019
3/5
Dreamland

Gangster Story. Il regista Miles Joris – Peyrafitte dimostra di aver studiato a fondo la lezione di Arthur Penn. La forza evocativa dei colori, la tensione verso il mito. Il percorso che porta alla leggenda, l’esaltazione del criminale che finisce in tragedia. Partendo proprio dall’immagine del ricercato: la stessa utilizzata da Penn per descrivere la realtà prima dell’incubo.

Dreamland, ma qui non esiste una terra dei sogni. La disperazione è quella di Furore, dove la crisi ha ucciso l’America, e la frontiera non è più terra di conquista da molto tempo. Lo sguardo è alla California, anche se in pochi la conoscono. Dreamland già dal titolo sottolinea il paradosso di una nazione in ginocchio. E si immerge in una dimensione onirica, dove la speranza, la felicità vengono mostrate con un cambio di formato, in 4:3. L’oceano, gli scogli, il miraggio lontano di una purificazione.

 

Joris – Peyrafitte scatena la furia degli elementi, sottolinea il legame spirituale tra uomo e natura. Indomabili tempeste di sabbia si abbattono su piccoli paesi, gli abitanti si nascondono nelle case. È la solitudine a formare l’infanzia dell’assassino: il distacco dal padre, la ricerca di una valvola di sfogo per la propria rabbia. Billy Kid sullo sfondo, quasi come se si volesse evocare Peckinpah.  Ma il western, il genere fondativo per eccellenza, si è fatto gangster movie, mantenendo le stesse ambientazioni e sostituendo le pistole con i mitra. Femmina e mitra, avrebbe detto William Witney con un film del 1958, e forse nessun’altra definizione sarebbe stata più azzeccata.

Un giovane ancora incerto sul suo futuro scopre che una pericolosissima Margot Robbie si nasconde nel suo fienile. La cura, le porta da mangiare, si innamora di lei. E insieme corrono verso l’agognato Messico, come se fossimo ancora in Bullit. Dreamland trasuda passione, sensualità, desiderio. L’attrazione tra i due protagonisti è molto forte. Joris – Peyrafitte si concentra sui corpi, non toglie la macchina da presa quando bisogna estrarre una pallottola, quando i cadaveri giacciono crivellati sull’asfalto.

 

Non gli interessa analizzare il presente, non segue la via di Penn (il passato per soffermarsi sul Vietnam), anche se a volte il richiamo al pilastro del 1967 è molto forte: la violenza, l’orrore, i rallenty. Il cineasta si focalizza sul ricordo, sulla paura di essere dimenticati. Narra la storia come se fosse una favola nera, con la voce fuori campo che sfiora il “c’era una volta” e schiva il classico “e vissero tutti felici e contenti”. Niente di nuovo, s’intende. Però tutto funziona, coinvolge, trasporta in un’altra epoca, con Dillinger alle spalle e la polizia pronta a delineare un futuro di ordine e giustizia.

Nella sua opera seconda, Joris – Peyrafitte continua a misurarsi con la rabbia della provincia, con l’odio che abita nelle nuove generazioni. In As You Are i suoi ragazzi si rifugiavano nella musica, nei Nirvana di Kurt Cobain. Dovevano mettere a nudo le loro vite davanti a una telecamera. Ma qui non si tratta di una confessione: è la vicenda di un fratello senza radici, di un Clyde che inseguirà per sempre la sua Bonnie.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy