Dora e la città perduta

Qualche buona intuizione e molte lacune per la versione in carne e ossa della celebre esploratrice

25 Settembre 2019
2/5
Dora e la città perduta

Dora l’esploratrice è da quasi vent’anni nel pantheon delle serie animate per i più piccoli (esordio nell’agosto 2000). Un volto con cui tutti, grandi e piccini, si sono confrontati in varie vesti: spettatore, fratello e sorella maggiore, genitore. Ora, sbarca al cinema con un film live action che la ritrae adolescente, col volto di Isabela Moner (Transformers V, Soldado).

La questione è delicata: idealmente il film si rivolge alle ultime generazioni del pubblico che ha accompagnato e cresciuto, ma il grande schermo esige linguaggio e strumenti diversi da uno show che, oltre a essere televisivo, era anche esplicitamente didattico e “interattivo”. Questo si risolve in un paio di siparietti, con rottura di quarta parete, freschi e divertenti, oltre che ininfluenti sulla struttura del film.

È questa struttura che, d’altra parte, scricchiola. Forse sarebbero servite altre intuizioni del genere per alleggerire un’impostazione che, più che citare, si indebita col cinema d’avventura. Oltre al fatto che ben presto, tra situazioni che tendono a ripetersi, il rapporto tra Dora, carismatica e magnetica, e gli altri personaggi, poco efficaci, si appesantisce.

La protagonista funziona, spiccando, così come il suo rapporto con i genitori e numi tutelari, Michael Pena e Eva Longoria, e la società, che da giungla si apre (brevemente) all’urbano. Giusto il tempo di ripartire per la giungla. Gli inserimenti di personaggi in computer grafica, invece, sono un piccolo passo indietro in quella conversione di linguaggi e evoluzione del target di cui sopra. Ma, almeno, sono meno invadenti di quanto sembra all’inizio: possibile, anzi, consigliato chiudere un occhio.

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