Don’t Worry

Gus Van Sant e un grande Joaquin Phoenix per il biopic sul fumettista alcolizzato e paraplegico John Callahan. E la provocazione lascia campo alla commozione

3 agosto 2018
3/5
Don’t Worry
Don’t Worry

Diversamente abili, omosessuali, alcolisti, cattolici, persone sovrappeso, mendicanti, politici. Erano questi gli obiettivi preferiti dell’umorismo tagliente e molto poco politicamente corretto dell’iconico disegnatore americano John Callahan. Metà della sua vita Callahan l’ha passata da paraplegico bloccato dalla testa in giù. Il comico Robin Williams lo chiamò in una celebre intervista per il Times “l’uomo più divertente su quattro ruote”. E si assicurò poco prima della sua morte nel 2010 i diritti per un’autobiografia.

Per la regia Williams aveva da subito pensato a Gus Van Sant, con il quale aveva lavorato nell’indimenticabile Good Will Hunting. I piani prevedevano che Callahan fosse interpretato dallo stesso Williams, se l’attore non si fosse tolto la vita, quattro anni fa. Un colpo di scena degno della nera sagacia delle vignette di John Callahan. A 65 anni Van Sant confida di non avere più molto spazio per l’ironia nel cuore. Proprio lui, l’icona del cinema indipendente americano che con l’ironia ci ha intessuto le sue tele cinematografiche malinconiche e dure; lui, l’inventore del “New Queer Cinema” senza il quale il cinema indie made in USA oggi non sarebbe quello che è; lui, l’ inventore di quella cifra compassionevole che oggi è così mainstream, lui, per anni unico rappresentante del cinema d’avanguardia d’oltreoceano.

Nel suo nuovo Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot – più semplicemente, Don’t Worry – presentato in concorso alla Berlinale 2018, Van Sant si concentra sull’alcolismo che ha accompagnato Callahan tutta la vita e sulla sua guarigione, raggiunta con una terapia di gruppo, e un’intima ricerca di Dio. L’interpretazione di Joaquin Phoenix – Callahan è magistrale, sia nella prima parte del film, ancora in piedi, spavaldo e alcolizzato, sia nella seconda metà, immobilizzato su una sedia a rotelle dopo uno spaventoso incidente avuto mentre dopo una notte di sbornia il compare Dexter (Jack Black) si addormenta al volante.

 

È solo allora, dopo l’incidente, che il disegnatore scopre il suo talento, per meglio dire la sua urgenza, per il fumetto. Le vignette Van Sant le sparge con parsimonia lungo il racconto, seguendo le linee del pennarello ultrasottile che fa a fette la società americana. E il perbenismo.

A tratti il film è messo in scena come un documentario. E convince. È il caso delle riunioni degli alcolisti anonimi cui partecipano anche un impeccabile Udo Kier e la pop star Beth Ditto.  Notevole è anche l’interpretazione del comico Jonah Hill nei panni del guru terapista che accompagna il gruppo, e il ritorno alla vita di Callahan per anni, fino alla morte per AIDS. Siamo nei primi anni ottanta. Quello che Van Sant ci racconta è la lotta contro una dipendenza che è lotta per la vita.

Una lotta possibile, che può essere vinta. Difficilissima però. Phoenix è stato accolto da ovazioni. L’attore americano con questa interpretazione inizia un nuovo capitolo della sua carriera. Tra i grandi. Spezzano il cuore le scene, ironiche? Tragiche? Dove cerca di rovesciarsi il contenuto di una bottiglia di vino, o whisky, in gola, tenendola più o meno stretta con i dorsi delle mani perché non può tenerla. Un gesto disperato per combattere la disperazione.

Il film sarebbe stato più completo se il regista si fosse soffermato di più sui primi stadi del trauma, sul disorientamento di risvegliarsi intrappolato (anche la testa) in una gabbia di metallo, prima di passare alla lotta contro l’alcol alla ricerca di un senso della vita. Scelta però, sottolinea Gus Van Sant, voluta. Lo dice lui stesso: “Soffermarmi sulla disperazione dei primi giorni e mesi dopo la paralisi avrebbe creato lo spazio per la compassione. Proprio il sentimento che Callahan non avrebbe mai voluto attirare su di sé”.

 

Al contrario, quello che Van Sant mette bene in luce è come dalle fessure di umanità di questa lotta contro la dipendenza comincino a sgorgare i primi fumetti, la creatività, finalmente un senso per la vita. Rooney Mara compare a un certo punto come fisioterapista confidente e poi angelo custode e quasi compagna, in grado addirittura di guidarlo a un recupero parziale  e toccante di vita sessuale.

Un mix di diverse figure femminili. Esperimento interessante. Bene anche la musica, introdotta nei momenti inaspettati dal compositore Danny Elfman, che per fortuna si limita al minimalismo. Il film non riceverà nessun orso, probabilmente. Anche se uno a Phoenix sarebbe una scelta più che appropriata.

A modo suo Van Sant compie la sua missione. Sceglie di commuovere, invece di provocare. Guarire, invece di scioccare. L’ironia lascia che siano le vignette a liberarla, ma non la fa entrare nella trama. Un film che ci ricorda quanto sia una buona cosa che ci sia Gus Van Sant e il suo cinema consolatore d’anime.

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