Cocaine – La vera storia di White Boy Rick

Yann Demange porta sullo schermo la reale vicenda del più giovane informatore FBI degli States. Un film solido, con qualche peccato veniale

1 Marzo 2019
3/5
Cocaine – La vera storia di White Boy Rick

Cocaine, cantava Eric Clapton nel 1977. If you wanna hang out you’ve got to take her out, cocaine (se vuoi sballarti devi procurartela, la cocaina). E il re dello “sballo” di zona a Detroit è l’imberbe “White Boy Rick”, all’anagrafe Richard Wershe Junior, un ragazzino di quindici anni sospeso tra le “paranze” nostrane e il mito di Scarface.

Il padre vende armi senza licenza, lui diventa il più giovane informatore di sempre dell’FBI. Ma presto si ritrova solo, in mezzo alla strada. Si trasforma in uno spacciatore di professione, finisce dietro le sbarre, e in qualche modo segna la storia del sistema giudiziario del Michigan.

Reagan negli anni Ottanta aveva dichiarato guerra alla droga, attaccava i criminali per avere risonanza mediatica, rilanciava l’immagine del Paese, alimentava il sogno americano. Ma per qualcuno non era così luminoso. Cocaine – La vera storia di White Boy Rick è ruvido, sporco, sorge dalla polvere delle periferie. Dove ci si improvvisa genitori dopo una notte al drive In, dove i bagliori di American Graffiti si erano ormai spenti per qualche dose in più.

Noir metropolitano, dalla regia nervosa, con la macchina da presa che si muove senza sosta, selvaggia nelle sequenze di camera a mano. Si respira un’atmosfera claustrofobica, di persone imprigionate nei propri vizi, di esistenze spezzate già nell’adolescenza. Detroit calibro 9. Aprire la porta e beccarsi una pallottola, sapendo che l’Ispettore Callaghan è un mito da grande schermo, e non combatte per te.

Cronaca rabbiosa di una discesa agli inferi, fino a quando anche lo Stato ti volta le spalle. Lampi crepuscolari, l’oscurità e il buio che avvolgono anime e case. Il regista Yann Demange richiama il suo ’71, epopea di un soldato inglese dimenticato dalla sua nazione sotto una pioggia di fuoco. Anche qui la platea viene proiettata dietro le linee nemiche, dove gli amici non si riconoscono, e i chili di cocaina trascinano verso l’oblio.

Demange ricostruisce un mondo di schermaglie, dove il primo luogo a non essere sicuro è la famiglia. La sorella di White Boy Rick non riesce a smettere di “farsi”, devono rinchiuderla nella sua stanza mentre è sconvolta dagli spasmi, come un novello Sinatra ne L’uomo dal braccio d’oro. Il suo carceriere/salvatore è un Matthew McConaughey scavato in viso, echi da Dallas Buyers Club. In Cocaine – La vera storia di White Boy Rick il suo obbiettivo sarebbe aprire una videoteca, dimenticare il grigiore della realtà, lasciarsi andare nella finzione.

Si trova ad espiare tutte le colpe vedendo suo figlio in prigione, si scopre nonno premuroso, piccolo malvivente dal cuore d’oro. In un universo senza redenzione, schiacciato dal peso dei rimpianti, illuminato dalle luci stroboscopiche dei locali notturni. Società al collasso, sbandierata ai telegiornali per far sentire i borghesi superiori. Qualche peccato veniale per un film solido, in cui l’età dell’innocenza non è mai stata più lontana.

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