Chiamatemi Francesco

Jorge Bergoglio, chi era costui? Daniele Luchetti, con Pietro Valsecchi, cerca una risposta in Argentina: perfettibile

26 Novembre 2015
2,5/5
Chiamatemi Francesco

Un film su Jorge Bergoglio, a meno di tre anni dalla sua elezione al soglio pontificio quale Papa Francesco, il 13 marzo 2013. Ebbene, non è il primo film fatto su un Pontefice ancora in vita: ricordate Da un paese lontano di Krzysztof Zanussi, biopic di papa Wojtyla realizzato nel 1981? Dunque, il problema di Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente, diretto da Daniele Luchetti e prodotto da Pietro Valsecchi di TaoDue, non è il suo essere un instant biopic, un film che cristallizza su schermo una vita ancora in corso: no, il problema è un altro.

Anzi, sono due: primo, l’accuratezza storica, in certi casi la mera verosimiglianza di quanto viene raccontato di Jorge Bergoglio: le fonti, dichiarate dallo stesso Luchetti, sono quelle disponibili anche su Wikipedia e, per la sceneggiatura emotiva, le testimonianze di quanti l’hanno conosciuto di persona; secondo, e definitivamente più importante, il Bergoglio/Francesco che conosciamo in questo film è differente o superiore per profondità di sguardo e acutezza d’indagine a quello che ci rimbalza  a ogni ora del giorno sui nostri plurimi device, ovvero quello riconsegnatoci dalle news televisive e non? No, non lo è.

Anzi, e qui ha ragione – forse involontariamente – il Luchetti che parla di rifiuto del “santino” e dell’agiografia, questo Bergoglio cinematografico, e poi televisivo in quattro puntate da 50’, non è scevro di ambiguità, ombre e, in fondo, scarsa empatia. Solo un problema delle (tante) ellissi, le incongruenze e “il tirar via” della sceneggiatura, dell’opacità d’indagine della regia o c’è altro? A fine visione, quasi 100 minuti, rimangono in mente le parole di un superiore al Bergoglio neo-gesuita che vorrebbe partire in missione per il Giappone, che recitano più o meno: “Vuoi fare del bene senza ancora sapere che cosa sia”.

Interpretato dai 25 ai 60 da Rodrigo de la Serna (quel che gli han fatto ai capelli per stempiarlo ad hoc è da denuncia penale) e in procinto dell’elezione al soglio da Sergio Hernandez, Bergoglio è inquadrato nel percorso dalla natia Buenos Aires all’acclamazione in piazza San Pietro, con tre focus: la giovinezza, dove si sbaciucchia con la fidanzata, “tifa” per Peron e, infine, ha una vocazione religiosa – una fulminazione non sulla via di Damasco, ma alla tavola familiare di Baires… –  ed entra poco più che 20enne nell’ordine dei gesuiti; gli anni della dittatura, del “terrorismo di Stato” di Videla, che Bergoglio incontrò – lo fa pure nel film – da Padre Provinciale dei gesuiti per l’Argentina nel 1977, per chiedere conto dei padri Franz Yalics e Orlando Yorio, sequestrati, torturati e rinchiusi in un luogo segreto; l’intercessione in favore degli ultimi, gli abitanti poveri ed emarginati delle periferie, da Arcivescovo di Buenos Aires. Infine, dopo il prologo con Bergoglio che guarda il cupolone a ridosso del 13 marzo 2013 e lamenta che “alla mia età si va in pensione, che ci faccio a Roma?” il film si chiude circolarmente a piazza San Pietro, con il materiale di repertorio dell’Habemus Papam.

Rimane, forte, una domanda inevasa: chi è Bergoglio? Chiamiamolo pure Francesco, ma Jorge Bergoglio, nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, chi è? Questo film non ci aiuta, e già il passaggio di testimone interno tra il giovane e il vecchio Jorge, ovvero i due attori, non è senza soluzione di continuità: sono lo stesso Jorge, ci chiediamo paradossalmente? Ebbene, dovessimo definirlo per come compare sullo schermo di Luchetti/Valsecchi, l’argentino Bergoglio parrebbe invero aver preso in prestito le parole sulla bandiera dei cugini brasiliani: Ordem e Progresso. Prima l’ordine, e forse non solo quello dei gesuiti.

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