Calibro 9

Sequel del celebrato Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, il film non trova una propria identità, nonostante alcune buone intuizioni. Presentato fuori concorso al TFF38

23 Novembre 2020
2,5/5
Calibro 9
Calibro 9

Ritorno al poliziottesco. Ci aveva già provato Netflix con Lo spietato di Renato De Maria, senza risultati clamorosi, perché oggi è un genere non tanto facile da gestire. L’orizzonte criminale si è nei decenni svelato e nascosto, e le odierne tecniche dell’illegalità, radicate in un ambito molto più intricato, rendono ingenue certe soluzioni narrative degli anni Settanta. Senza contare che, in chiave di spettacolo popolare, il poliziottesco era legato alla realtà più di quanto non si creda. Dentro alle crudezze formali, agli inseguimenti e alle mitragliate da zoom, c’era in filigrana il ritratto di un’Italia lacerata dal malaffare e dalla paura.

Oggi il regista Toni D’Angelo si accosta al celebrato Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo e ne costruisce il seguito, dal titolo Calibro 9, presentato in anteprima fuori concorso al Torino Film Festival. Per l’ambientazione il film spazia dalla Lombardia alla Calabria e poi, con la tendenza turistica dei blockbuster moderni, attraversa grandi città internazionali… Ma nonostante tutto resta legato all’originale fin quasi a rimanerne prigioniero.

Calibro 9 non riesce a trovare una propria identità, nonostante alcune buone intuizioni. Il protagonista è il figlio di Ugo Piazza, interpretato allora da Gastone Moschin. Anche qui è sparita una grossa somma di denaro, bisogna scovare il colpevole, recuperare il malloppo, e scorrerà molto sangue. Insomma una trama che sembra un ricalco, accompagnata da un tema musicale che un paio di volte riprende lo stesso soundtrack di Luis Bacalov.

Manca il richiamo a Jean-Pierre Melville, all’atmosfera di angoscia, di sospetto, in una Milano livida, che non era mai stata così oscura. D’Angelo preferisce virare sull’azione esasperata. La tensione cede il passo alle corse sui tetti dei palazzi, alle sequenze al rallenty, a tutto un bagaglio espressivo molto convenzionale.

Peccato, perché D’Angelo aveva dato prova di un certo talento con Falchi, dove c’era un’ottima alchimia di rimandi a John Woo, Johnny To e anche ad Abel Ferrara, di cui era stato assistente a inizio carriera. Già allora la passione per Di Leo era evidente e dichiarata: in una scena due camorristi guardavano in televisione proprio Milano Calibro 9.

In ogni caso questo sequel è un’operazione da non trascurare, augurandosi un risveglio del cinema di genere in Italia, magari non solo in salsa mafiosa. E in questo senso ci sono dei segnali interessanti. Con Il talento del calabrone l’esordiente Giacomo Cimini va sulla strada di Talk Radio di Oliver Stone, ed è in arrivo La belva di Ludovico Di Martino, dove Fabrizio Gifuni sembra la rivisitazione mediterranea di Liam Neeson in Io vi troverò. Tendenza encomiabile che avrebbe però bisogno di un po’ di inventiva.

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