Bumblebee

Gli anni Ottanta, lo spirito di un decennio e i megarobottoni targati Hasbro. La saga dei Transformers torna con un prequel. Una ventata di freschezza

16 Dicembre 2018
3/5
Bumblebee

Non era un caso che la giovane Charlie ascoltasse sempre con il padre Unchained Melody, la hit che nel 1990 spopolava con Ghost. “Wait for me, wait for me. I’ll be coming home, wait for me” (Aspettami, aspettami. Tornerò a casa, aspettami). Perché Bumblebee è una storia d’amore, un film di “fantasmi”, sulle note dei The Smiths, dei The Pretenders. Un genitore stroncato da un infarto, la nostalgia degli anni Ottanta, quando al cinema i ragazzini erano quelli di Stand by Me – Ricordo di un’estate e gli adolescenti si “scontravano” nel doposcuola di Breakfast Club.

È il rimpianto per un’epoca che non c’è più, quando le nuove generazioni si identificavano con Il tempo delle mele, e speravano un giorno di scoprirsi Indiana Jones. Qui a “ritornare al futuro” sono le atmosfere, le sensazioni, i parchi divertimenti dai colori sgargianti, le famiglie di periferia messe in difficoltà dagli “extraterrestri”, con Steven Spielberg (qui produttore esecutivo) che dà fondo al suo immaginario.

 

L’alieno venuto da lontano: un robottone da “maneggiare con cura”, da nascondere al mondo. Echi di E.T., quasi una questione da Goonies. L’amico della porta accanto ha il poster de La cosa di Carpenter appeso in camera, ma Bumblebee non è una minaccia, è un simbolo di rinascita: i Transformers ripartono dalle sue spalle larghe, dall’incapacità di esprimersi a parole. Gli hanno tolto la voce, in qualche modo deve ritrovarla. Metafora della crescita, del cambiamento.

Una saga che abbandona l’indigestione di effetti speciali, l’ipertrofia delle sequenze, i catastrofismi targati Michael Bay. Bumblebee è un prequel che punta sulla tenerezza, sulla necessità di ricominciare dai sentimenti. Il rapporto uomo/macchina assume toni delicati, rifiuta gli assoluti. I megarobot sono vivi, reali, fortemente umani.

 

Nessuna riflessione alla Blade Runner, ormai Westworld ha portato l’asticella molto più in là. Non si parla solo più di somiglianza fisica, di anima, ma di capacità di accettare l’altro, con tutti i suoi limiti. L’uomo bicentenario nel 1999 era stato profetico: un tribunale pronto a decidere sull’umanità di chi non è uguale a noi. Quel processo non si è mai concluso, e lo deve subire anche Bumblebee davanti alla sua platea. Prima di essere riconosciuto come un eroe, e salvare la Terra ancora una volta.

Un sesto capitolo presentato come un prequel, che riporta energia a un franchise al collasso, specialmente dopo gli azzardi di Transformers – L’ultimo cavaliere. E forse il significato di questa grande avventura lo si può leggere nello specchietto di una camaro rombante. “Attento a ciò che vedi, è molto più vicino di quanto non pensi”. Il passato dietro, l’avvenire davanti. Con un cinema che impara dai maestri e apre nuovi orizzonti. Speriamo in un sequel.

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