Broker

Non il migliore Kore-eda Hirokazu, ma ottimo per questa Cannes: l'abbandono di neonato quale possibilità di grazia

26 Maggio 2022
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L’ottavo film in Selezione a Cannes e il sesto in Concorso per il cineasta giapponese Kore-Eda Hirokazu, vincitore della Palma d’Oro nel 2018 per Un affare di famiglia, Premio della Giuria nel 2013 per il suo capolavoro Like Father, Like Son, e in palmares anche con Nobody Knows, valso a Yūya Yagira il premio come miglior attore nel 2004. Con Broker affronta l’impatto dell’abbandono di neonato, ambientando il film in Corea del Sud, la seconda volta dopo Truth del 2019.

La famiglia, nonché l’attenzione ai giovanissimi, è un Leitmotiv: in Nobody Knows c’erano quattro bambini abbandonati dalla madre, nella Palma Shoplifters il taccheggio familiare degli Shibata, qui si recede alla culla, esplorando il tema delle scatole per neonati, dove i bambini possono essere abbandonati, apparse per la prima volta a Seoul nel 2010 su iniziativa di un pastore.

L’inasprimento della legge coreana sull’adozione, che obbliga le madri single a identificarsi, ha potenziato il fenomeno, sicché Kore-eda s’è deciso per girare in Corea e, dunque, in coreano, complici Song Kang-ho, protagonista di Snowpiercer (2013) e Parasite (Palma d’Oro, 2019), e Bae Doo-na, che ha recitato nei film di Park Chan-wook e delle Wachowski.

Broker segue due “mediatori di buona volontà”, Sang-hyun (Song Kang Ho) e Dong-soo (Gang Dong Won), che collegano i bambini indesiderati con i nuovi genitori sul mercato nero. Quando l’ennesimo pargolo viene lasciato in una notte di pioggia, Sang-hyun e Dong-soo intraprendono un viaggio per incontrare potenziali mamme e papà, ma dovranno fare i conti con la madre biologica (Lee Ji Eun), che si presenta inaspettatamente per unirsi all’avventura.

La tragedia trova la grazia, il dramma l’umorismo, l’abbandono una famiglia allargata, disfunzionale ma piena di accudimento, in cui avrà residenza persino la polizia: accade nel mondo di Kore-eda, che non distoglie lo sguardo dai problemi e dalle miserie, ma nemmeno dalla solidarietà e dalla – possibile? – felicità. Volemose bene? Anche, ma con stile, pudicizia, rigore e, sì, grazia.

La realtà come medio proporzionale tra necessità e virtù, la fiducia nell’umano con il mondo per ipoteca, il cinema come possibilità di incontro e incanto: non è il suo miglior film, Broker, ma ha senso e ha pregio. Ancor più in questa deludente Cannes.

Kore-eda continua a ricordarci che tra nature e nurture maternità e peternità stanno nella seconda, che oltre alla legge e la biologia c’è di più, di meglio: la solidarietà umana, dalla culla e per sempre. E poi, facciamocela una domanda: un’omicida sta abbandonando o garantendo un  futuro migliore?

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