Bella addormentata

Se sono libero di scegliere, allora come devo vivere? La risposta di Marco Bellocchio è da Leone

5 Settembre 2012
4/5
Bella addormentata
Bella addormentata

Marco Bellocchio va  a letto, anzi, porta a letto i suoi ultimi personaggi, trovati e creati davanti al capezzale di Eluana Englaro. Su tutte, dorme lei, Bella addormentata. Sono vite di uomini e donne non illustri a girarle intorno, sebbene ci sia anche un politico, un senatore, che deve decidere come votare per una legge terapeutica per alcuni, accanita per altri. La bella addormentata è il sole attorno a cui ruotano pianeti così lontani così vicini: movimenti di rotazione e, per alcuni, movimenti di rivoluzione. Bellocchio cerca le convergenze, che siano rotte padre-figlia e madre-figlio, specularità di credente e non credente, rapporti medico-paziente. Tutti sul letto, qualcuno metaforicamente sul lettino, anche se l’analisi concede il passo alla psichiatria, ovvero, alla prescrizione farmacologica. Ma il pharmakon – lo psichiatra Roberto Herlitzka – poco può curare, soprattutto se somministrato dalla sentenziosità.
Il letto, i letti. C’è il letto in cui vegeta la figlia di una grande attrice (Isabelle Huppert), ritiratasi per vegliare quel coma irreversibile: non sacrifica solo la carriera, ma figlio e marito (Gian Marco Tognazzi), perseguendo il miracolo nella sterile preghiera. Preghiera che non prega, ma isola, esclude: Divina Madre la Huppert, ma solo di nome, perché non è più madre, e le sue litanie sono profane, teatrali. Recita ancora, recita a casa il ruolo “salvifico” che s’è scelta. Ma non è ragione di vita, in più di un’accezione.
C’è il letto d’amore di Maria (Alba Rohrwacher) e Roberto (Michele Riondino), che si incontrano davanti alla clinica della discordia: lei prega, lui no, ma il letto in cui finiscono è lo stesso. Lui ha un fratello psicotico, lei un padre, Uliano Beffardi (Toni Servillo), che fa il politico, ma non è politico: una moglie morta in un ultimo abbraccio in ospedale, un partito, il PdL, che non sembra concedergli libertà di scelta. E coscienza. Diviso tra pubblico e privato, segreti e potenziali bugie, è lui quel che sta peggio e che più di altri deve lasciarsi accadere: per il politico decide Eluana, per l’uomo può ancora decidere lui.
Non a caso, Uliano è con la Divina Madre l’unico che non va a letto: non può dormire, e chi non dorme ha la coscienza sporca o, almeno, l’ha lasciata imbrattare. A Roma, nel Palazzo, nel suo caso, nell’accanimento terapeutico e anaffettivo, nel caso della Divina.
C’è anche una heroin-chic che vuole morire (Maya Sansa), si chiama Rossa e si taglia le vene, ed è un medico Pallido (Pier Giorgio Bellocchio) a metterla a letto: letto d’ospedale e, forse, d’amore.
Sono diverse Italie, negli ultimi sei giorni di Eluana, tenute insieme dalla Domanda: come, perché vivere? Se Eluana può morire, Rossa va salvata, se Uliano è stato dolce, ora che sceglierà? E – Maria e Roberto – si può essere su posizioni ideologiche diverse, ma appaiati a letto? Si può, e il film di Bellocchio è di cristallina, lapalissiana possibilità. Non la tesi, non le barricate, che non tengono nemmeno in punto di morte, ma i “vecchi” esami di coscienza, la possibilità della speranza.
Vogliamo chiamarla libertà? Faremmo bene, perché viene in mente la Libertà di Franzen: “Se sono libero di scegliere, allora come devo vivere?”. Il film mette in scena quel se, in un crescendo ostativo: ideologia (Maria e Roberto), famiglia (Maria, Roberto, Uliano, Divina Madre), droga (Rossa) e coma (la figlia della Divina Madre). Chi da Bella addormentata in lizza per il Leone s’aspettava il contrario, “Se non sono libero di scegliere, allora come devo morire?”, potrebbe rimanere deluso.
Peggio per lui: è ancora buongiorno, notte, ma vince la luce. La luce del cinema, di questo cinema, sulle tante ombre del nostro Paese, abulicamente e bulimicamente piegato dalle immagini mediate e mediatizzate, con i politici a mollo davanti allo schermo, alle news. Due acquari che si specchiano. E la ragion mediatica, crediamo, avrebbe voluto un altro film: denuncia urlata, clamorosa e manichea del caso Englaro. Bellocchio no, Bellocchio è bello, l’Italia dorme. Ma dorme con la coscienza sporca. Uliano lo dice: “Mi sono rotto il … delle immagini”. Anche noi, ma non di queste immagini. Tutto il resto è psicodramma: non quello della Englaro, quello nostro quotidiano. Da cui Bellocchio prova  a liberarci liberando le sue immagini, ovvero rendendoci liberi di scegliere come vivere. E lo fa dando al più impassibile, “mediaticamente” inerte dei suoi uomini e donne, Pallido, la possibilità di salvare. Salvarci. Da altre, brutte immagini. Perché se sono libero di scegliere, allora come devo guardare?

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