Bacurau

Dopo Aquarius, il brasiliano Kleber Mendonça Filho ritrova Cannes con Juliano Dornelles: un pastiche di generi e vitalismo, generoso, strambo e gustoso

16 Maggio 2019
3/5
Bacurau

Dopo Aquarius, scritto, diretto e presentato sulla Croisette nel 2015, il brasiliano Kleber Mendonça Filho torna dietro la macchina da presa, stavolta a quattr’occhi con il sodale Juliano Dornelles: Bacurau corre per la Palma d’Oro di Cannes 72.

Mutuando il titolo da una parola portoghese multisemantica, che indica sia l’ultimo bus utile che un uccello notturno abile a camuffarsi, il film travasa queste qualità in un villaggio del Sertão, Bacurau appunto, dove alla morte della matriarca Carmelita, spentasi a 94 anni, la situazione precipita: il borgo è tagliato fuori dal mondo, di più, scompare dal GPS, e non è l’unica minaccia cui dovrà far fronte.

Girato con lenti anamorfiche Panavision degli anni Settanta, al fine di inquadrare il Nord Est in maniera inedita e straniante, Bacurau è ambientato con voltaggio distopico “a qualche anno da ora”, e non dissimula la propria vis politica: Teresa (Barbara Colen), Pacote/Acacio (Thomas Aquino) e Domingas (Sonia Braga), poi aiutati dal bandito Lunga (Silvero Pereira), dovranno far fronte a un gruppo di turisti-killer stranieri, capitanati da Michael (Udo Kier), nonché rintuzzare le avances del sindaco – colluso – Tony Jr. (Thardelly Lima).

Mix socioantropologico di tradizione e contemporaneità, miscela sapida di diversi generi, dal western al brasiliano cangaço, in voga tra anni ’50 e ’60 e inerente al banditismo, dal gangster-movie allo slasher, Bacurau si smarca da definizioni costrittive, beandosi di una originalità palpabile e vitalista, di un estro smaccato e nostalgico (dissolvenze, tendine…), di una libertà preziosa, efferata e mai cialtrona.

 

L’imperialismo stelle e strisce ha droni, armi semiautomatiche, ma si affida a un manipolo di sfigati, sicari per gioco e, ancor prima, sconfitta, viceversa, il villaggio ha una fertile dialettica, e un aiutino lisergico non può che giovare: guerra dei mondi, ma senza schematismi, al più sbavature, eccesso di generosità.

La musica, elettronica e non, si prende sovente la scena, evocando ispirazioni a Carpenter e Refn, mentre sui binari del revenge-movie si prepara la carneficina: perfettibile ma potente, strambo ma ancor più gustoso, c’è del buono a Bacurau.

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