Babyteeth

Shannon Murphy racconta amore e malattia fuggendo la melassa. Regia robusta, in gara a Venezia 76

4 Settembre 2019
3/5
Babyteeth

Amore e malattia, ormai è un binomio che ha fondato un genere. Da Love Story ad Autumn in New York, fino a November Rain e oltre. Oggi queste vicende si rivolgono specialmente ai teenager. Il sole a mezzanotte, Colpa delle stelle…  È interessante vedere come siano cambiati gli interlocutori, si fa riferimento direttamente ai giovani. Addio a Richard Gere, a Keanu Reeves, le stelle ormai hanno poco più di vent’anni.

Spesso a trionfare è la melassa, l’impostazione da soap. Si vendono lacrime a buon mercato. Forse serviva Babyteeth per invertire la tendenza, e non a caso è stato presentato in concorso alla Mostra di Venezia. La regia è robusta, nervosa. La macchina a mano spesso la fa da padrona. Si attacca ai protagonisti, riprende ogni centimetro dei loro corpi. Che si agitano, soffrono, cercano di vivere.

 

Notevole la sequenza della festa: giochi di luce, psichedelia, un piano sequenza che ci accompagna attraverso le stanze. Shannon Murphy gira con grande sicurezza, non sembra un’esordiente. Conosce le angolazioni giuste, i tempi delle battute, c’è un’ottima direzione degli attori. Sa quando non deve prendersi troppo sul serio, dosa bene l’ironia, riesce a far sorridere anche nella disperazione.

Ispirandosi a uno spettacolo teatrale, non lo tradisce, però lo trasforma in cinema. Si destreggia tra gli interni e gli esterni con intelligenza, e prova a non ripetersi. Spesso in questo filone si utilizza la tecnica del “copia e incolla”, lo sviluppo non dà sorprese, e fin da subito il male incurabile viene urlato. Qui invece scopriamo tutto a poco a poco, quasi non si parla del dramma imminente. La verità è nei dettagli: le medicine, la madre in crisi, la parrucca… E una travolgente voglia di non mollare, di essere “normali”, di non privarsi delle piccole gioie quotidiane.

Poi gli elementi si conoscono tutti: la bella che non può essere salvata, l’incontro con il cattivo ragazzo che s’innamora di lei, i genitori che prima non sono d’accordo e poi lo accolgono. Ma tutto è narrato con insolita leggerezza, con spirito misurato. Evitando le soluzioni facili, percorrendo qualche sentiero inesplorato.

Nessuno è un santo, l’accento è sulla fragilità. Ognuno si sente solo, e non riesce a condividere, a sostenere i propri cari. Il rapporto tra il padre e la figlia è commovente. Lui la protegge da lontano, non vuole imporsi, cerca il compromesso. È addirittura disposto a calarsi nei panni di uno “spacciatore” per starle vicino. Ciò che rende insolito Babyteeth è la “quiete” che lo caratterizza, mentre la tempesta incombe. E per una volta la morte è trattata con rispetto.

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