Assolo

Donne, uomini, sesso irrisolto e fuga: l'opera seconda di Laura Morante è ambiziosa e leggera

5 Gennaio 2016
3/5
Assolo

Dopo due matrimoni, due figli e una burrascosa relazione con un  uomo sposato, Flavia decide di fare i conti con una vita da single. Sola ma non del tutto, perché in realtà si affida alla sua psicanalista, donna matura ed esperta che l’aiuta a leggere gli avvenimenti… Fatto il salto nella regia nel 2012 con Ciliegine, romantica vicenda di amori e disamori, Laura Morante (attrice, lo ricordiamo, dal 1980 con Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci) ci riprova e fa un inevitabile passo avanti, legato al trascorrere degli anni e della propria esperienza professionale. Se il film comincia con il funerale della protagonista e prosegue saltando con allegra commistione di emozioni da attimi di gioia a fasi di sconforto è perché Flavia non è una donna come le altre. E’ che la misura delle giuste scelte risulta sempre difficile da ipotizzare, e l’obiettivo della indipendenza tocca più utopie che punti concreti.

Insomma Assolo è un titolo che risulta quanto mai azzeccato. Flavia è sola all’inizio da finta morta, lo è quando la psicanalista  la esorta a uscire dalla porta dell’analisi, lo è quando l’istruttore di guida invano cerca di invitarla a fare con serenità l’esame. Andando avanti, l’identità tra Flavia e Laura corre lungo una linea di incontro quasi naturale. Il copione così si snoda su respiri autoreferenziali che passano da boccate  a polmoni pieni a rantoli di breve durata. Il fatto è che Laura è un’attrice, e il cinema non consente scherzi prolungati nella dialettica sogno/realtà. Così la storia si riempie di nomi/personaggi/altri attori/attrici in un cerchio che vorrebbe essere corale ma dentro il quale è sempre lei, Laura/Flavia a muovere le pedine.

Donne, uomini, tentativi di sesso da ‘adulti’ pateticamente (ir)risolto, il lavoro, la fuga, le nuove generazioni che incalzano. C’è un mondo confuso e irrisolto in questa opera seconda della Morante, una voglia di tranquillità che fin dall’inizio è legata alla fine (il funerale). Regia ambiziosa e leggera, generosa e sbilanciata, spia di una voglia di fare cinema di commedia, ironico e suggestivo, scavalcando problemi e insidie autoriali. Accanto e intorno alla Morante, i tanti attori compongono un coro sempre svelto e adatto: lei vorrebbe farli diventare come i clown sulla passerella finale di Otto e mezzo.

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