Armageddon Time

James Gray in competizione a Cannes, per la quinta volta, col suo film peggiore: un'autobiografia inerte, imbelle, perfino repellente

19 Maggio 2022
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Armageddon Time
Armageddon Time

Dopo The Yards (2000), We Own the Night (2007), Two Lovers (2008) e The Immigrant (2013), James Gray torna per la quinta volta in Concorso a Cannes: Armageddon Time è il suo ottavo lungometraggio.

Nel cast Anne Hathaway, Anthony Hopkins e Jeremy Strong, il dramma si ispira all’infanzia dello stesso regista nel Queens, New York durante gli anni Ottanta di Ronald Reagan.

Per farsi incarnare Gray sceglie il piccolo Banks Repeta, che è francamente insopportabile, e tesse la trama familiare: la mamma stressata (Hathaway), il padre instabile (Strong), il nonno affettuoso (Hopkins), il fratello maggiore infingardo, i parenti non serpenti. Insomma, il solito quadretto, e non bastasse dipinto con tutti i colori dell’ovvio e lo stile, malgrado la fotografia di Darius Khondji, dell’indifferenza.

La casa è questa, poi c’è la scuola, dove il nostro James Gray fa amicizia con un compagno afroamericano, ripetente e cresciuto dalla nonna: l’affiatamento catalizzerà l’affrancamento da famiglia e altre istituzioni, alla ricerca dell’affermazione personale – la piccola peste disegna – e della condivisione esistenziale.

Purtroppo non c’è un singolo elemento di interesse, a parte qualche tela di Kandinskij al Guggenheim, tutto è ancorato ai luoghi comunissimi del coming-of-age, con il bambino problematico, i genitori passivi-aggressivi, il nonno buono e terminale, gli zii che imbarcano l’Olocausto, il compagnuccio nero emarginato. Che barba che noia, è di una modestia Armageddon Time che non ci si crede, anche alla luce di taluni precedenti del regista, su tutti Little Odessa e I padroni della notte.

Si capisce che l’originalità è sempre più rara, ma l’andazzo autobiografico – solo recentemente È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e Belfast di Kenneth Branagh – rischia di farsi genere, con dubbi esiti: Gray riesce a stancarci di sé già in pochi minuti e per due ore, davvero un bel traguardo.

Detto che Repeta ha la faccia per tutti gli schiaffi del mondo, Hathaway recita per il carburante dello yacht, Hopkins è più performante su Twitter e Strong, poverino, è debole: inconsulto l’inserimento in Concorso e, spiace, insulso il film. Anche per un pomeriggio estivo di Rete Quattro.

Tirando le somme, James Gray in competizione a Cannes, per la quinta volta, col suo film peggiore: un’autobiografia inerte, imbelle, perfino repellente.

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