Anita B.

Roberto Faenza e il post-Shoah negli occhi e nel cuore di un'adolescente: dal romanzo di Edith Bruck, dalla morte alla vita

15 gennaio 2014
3/5
Anita B.
Anita B.

1945. Anita B. (Eline Powell), una adolescente di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz, dopo aver visto morire i suoi genitori nel campo di concentramento, si trova a vivere la difficile realtà del dopo Shoah. A Zvikovez, un villaggio tra le montagne della Cecoslovacchia, Anita viene accolta dall’unica parente rimasta viva, la sorella di suo padre, Monika (Andrea Osvart), che però non vuole essere chiamata zia.Dopo l’antisemitismo nazista, in quel villaggio dei Sudeti, territori in precedenza occupati dai tedeschi, la tensione verso gli ebrei non è finita con l’avvento del comunismo. Così tutta la famiglia  ebraica (la zia, il marito della zia e il cognato, il giovane e attraente Eli interpretato da Robert Sheehan) preferisce dimenticare il passato, rimuoverlo e vivere nell’oblio, seppellendo loro stessi insieme alla memoria e alle proprie radici. Anita è l’unica che vuole ricordare. Ma può parlare del suo passato e dell’esperienza nel campo di concentramento solo con il piccolo Roby, il figlio della zia, che ha un anno e può ascoltare i suoi racconti senza capirla. Guai però se il bimbo pronuncia la parola “campo”! Il messaggio è chiaro: Auschwitz va lasciato fuori da quella casa.Tratto dal romanzo Quanta stella c’è nel cielo dell’ungherese Edith Bruck, il nuovo film di Roberto Faenza, Anita B. (la B è stata aggiunta dal regista in omaggio al cognome della scrittrice) racconta come si possa tornare dalla morte alla vita. Ma soprattutto mette al centro l’importanza di avere una memoria storica. Perché solo ricordando il passato, non negandolo, si può affermare la propria identità. Anita B., come dice lo stesso regista, è in un certo senso il seguito di Prendimi l’anima. Lì Sabina, ricoverata in un ospedale di Zurigo a seguito di un attacco di isteria, riusciva a guarire e a riaffermare la propria identità, qui Anita B., clandestina e priva di documenti (e d’identità), riesce a sopravvivere a ogni tentativo del mondo esterno di annullarla. Anita afferma così che è ungherese, che è ebrea, che ha vissuto la terribile esperienza di Auschwitz, e che non si deve vergognare, ma soprattutto afferma di essere una donna che è felice perché va alla volta della Palestina: “verso il passato con un solo bagaglio: il futuro”.

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