Ana De Día

Col pretesto dello psico-thriller, Jaurrieta gira un’appassionante metamorfosi dark

25 Giugno 2019
3,5/5
Ana De Día

Ana è una studiosa di legge, promessa sposa di un bravo ragazzo, ha la sua vita sotto controllo. Quel che non ha sotto controllo è un’emozione sotterranea, pulsante, viscerale, che le dice che la stessa vita che ha tanto accuratamente programmato, forse non era quella che voleva.

Il prologo del film selezionato per il focus sul cinema spagnolo a Pesaro Film Festival ce lo chiarisce in maniera brillante. Un primo piano fisso, inclemente, perforante. Ana, che deve rispondere a un banale questionario, ne è sempre più spogliata, domanda dopo domanda.

Poi, l’inaspettato, anzi, l’inconcepibile, visto il taglio realistico del resto del film. Un sosia, un doppelganger prende il posto di Ana, occupa la sua vita con rinnovata compiacenza, mentre lei, la vera (?) Ana si chiede come affrontare una situazione simile. La risposta: scappare.

Scappare e, visto che qualcun altro ha occupato il suo posto, diventare qualcun altro a propria volta. Ana si trasforma in Nina, ospite di un ostello etero-familiare e ballerina improvvisata ma determinata e di talento di un night club, il Music Hall, che ricorda una versione pervertita di Burlesque e Coyote Ugly.

ana de dia

Il tema del doppio non è il centro del film, è davvero solo un pretesto. Invece, la trasformazione è totale: sentimentale e sessuale, estetica e psicologica, una fuga dal futuro con rifiuto del passato, peraltro recentissimo. Una damnatio memoriae affrettata, destinata a conseguenze distruttive.

Quella che già è una storia appassionante viene inquadrata da Andrea Jaurrieta con grandissima consapevolezza e capacità di intrusione nell’anima spezzata della protagonista, un’altrettanto pungente Ingrid Garcia Jonsson. I montaggi alternati sono ritmati al secondo e l’apice, dalle parti del terzo atto, ricorda l’energia cinestetica di Refn, sostenuta da un solido entroterra narrativo.

Tutto ciò non solo rende credibile il presupposto (letteralmente) folle della pellicola, ma restituisce puntuale un disagio e una paura disturbanti, fino all’epilogo, forse sin troppo simbolico nel far venire i nodi al pettine proverbiale. Ma, d’altronde, nessuno è perfetto, né Ana, né Nina.

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