Il ritratto negato

Molto più che il "semplice" testamento artistico di Wajda. Regista che fino all'ultimo si è schierato contro la retorica dei regimi totalitari

10 Luglio 2019
3,5/5
Il ritratto negato
Afterimage

“Il titano polacco” ha combattuto fino alla fine per la dignità del suo Paese. La sua arma era il cinema, e in tutta la sua vita ha rifiutato la propaganda facile, per schierarsi contro la retorica di ogni regime totalitario. Prima il nazismo, poi il comunismo, e intanto la Polonia piangeva la sua libertà perduta. La capitale bruciava durante la guerra ne I dannati di Varsavia, il suo secondo film. Abbiamo ancora nella memoria quel bianco e nero sporco del 1957, con la discesa agli inferi di un popolo indomito. Afterimage è molto più del testamento di un grande autore. Andrzej Wajda non ha mai rinunciato alla volontà di raccontare l’uomo sotto il peso della Storia, e in questo suo ultimo film dipinge da maestro il ritratto di un artista vittima di un’ideologia delirante. Utilizza ogni possibilità visiva e dialogica per trasmettere le emozioni di una tragedia, ma non cade mai nell’enfasi, perché il protagonista Wladyslaw Strzemiński non è un’invenzione cinematografica, ma un essere umano che ha vissuto i soprusi sulla propria pelle, ed è morto da uomo libero in una Polonia prigioniera. Oggi il più grande regista polacco del Novecento gli ha reso onore.

La Seconda Guerra Mondiale si è appena conclusa e l’Unione Sovietica spadroneggia sui Paesi limitrofi. Wladyslaw Strzemiński insegna alla Scuola Nazionionale di Belle Arti di Łódź ed è l’idolo dei suoi studenti. Co-fondatore della corrente unista, lo chiamano “il Messia della pittura moderna”. Ma al Partito Socialista non serve: bisogna condividere le idee imposte dall’alto e la società rigetta quelli che non assecondano i diktat del regime. Per un artista che crede nel progresso non c’è spazio, Strzemiński viene ostracizzato: l’università sospende le sue lezioni, nessuno lo può assumere e il sindacato lo espelle. Non sarà facile per lui sopravvivere.

Wajda si fa portatore di un messaggio di ribellione, attraverso gli occhi di un martire di altri tempi. La vita di un semplice cittadino è il mezzo per raccontare la Grande Storia, senza usare toni dottrinali. Non servono proclami o battute forzate per illuminare la notte degli oppressi. Non si inneggia all’uso delle armi, ma a una rivolta di tipo concettuale, che supera il proiettile e ferisce più della spada. Gli eroi sono gli uomini che non si piegano davanti alle ingiustizie e sacrificano la loro vita per un futuro migliore.

Il crollo mentale e fisico di Strzemiński trasporta lo spettatore in un mondo che ancora ci sconvolge. Se un artista di là con gli anni, senza una gamba e senza un braccio, può alzare la testa e condannare i soprusi, allora chi non usa le stampelle potrà fare ancora di più. Non serve gridare, basta farsi valere, costi quel che costi. La battaglia è dentro ognuno di noi, e l’estremo sacrificio è un urlo di speranza per il domani.

Forse lo stile classico della messa in scena può non attrarre il grande pubblico, ma la sobrietà diventa un pregio in un cinema sempre più frastornante. Il linguaggio di Wajda non è mai autoreferenziale, e non cerca modi innovativi per rappresentare il reale. L’oggettività di Afterimage è il suo più grande punto di forza e le stelle brillano, anche se la mano nera della dittatura si allunga sul popolo soffocato. Andrzej Wajda ci ha lasciati il 9 ottobre di quest’anno. Ma l’eredità di un grande regista vive per sempre dopo di lui.

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