10 giorni senza mamma

Alessandro Genovesi prende spunto da una commedia argentina. E firma un remake divertente, fuggendo i soliti stereotipi

5 Febbraio 2019
3/5
10 giorni senza mamma

Di remake ultimamente ne è pieno il cinema italiano. Questo è l’ennesimo ispirato a una commedia argentina del 2016. E anche di uomini che fanno il “mammo” al cinema ne abbiamo visti parecchi. Imbranati a fare le lavatrici, incapaci a mettere un pannolino o a scaldare un biberon, dal lontano 1985 quando sul grande schermo comparvero i tre scapoli impenitenti del francese Tre uomini e una culla ai vari rifacimenti post come l’americano Tre scapoli e un bebé (1987) di papà o pseudo tali impacciati e alle prese con i bambini ce ne sono stati a iosa.

Per cui quando vedi Fabio De Luigi con in braccio una bambina di tre anni urlante e Valentina Lodovini sullo sfondo con una valigia in procinto di partire e poi pensi al titolo, 10 giorni senza mamma, prevedi che sia il solito film con i conseguenti cliché. Fortunatamente non è così.

La commedia di Alessandro Genovesi abbatte gli stereotipi mostrandoci una coppia che non è in crisi e con un rapporto alla pari (alleluia) e ci fa riflettere sull’evoluzione della famiglia, nonché sull’oramai accertata intercambiabilità dei ruoli. Via la retorica, convince questo nucleo familiare, composto da una mamma (Lodovini), un papà (De Luigi) e dai tre figli: l’adolescente dark (Angelica Elli), Tito di otto anni con caratteristiche da terrorista (Matteo Castellucci) e la treenne (la bravissima e paffutella Bianca Usai) che non si capisce nulla di cosa dice e che disegna con i pennarelli tutto il corridoio di casa.

Persuade sia perché non calca troppo la mano sulla figura del padre goffo e inesperto, ma anche perché le poche sottolineature, per quanto altamente esasperate, sono comunque spassose. Così si ride e si prova tenerezza vedendo De Luigi che parla come Jovanotti dopo aver perso i due denti davanti, alle prese con l’arrivo del primo ciclo della figlia e ossessionato dai mille messaggini delle chat delle mamme su whatsapp. Allo stesso tempo emergono e di dà spazio alle sue difficoltà lavorative. Impiegato come responsabile delle risorse umane in una grande società, ogni giorno dovrà fronteggiare il suo superiore (Antonio Catania) che lo spronerà a non essere come Ken, e cioè uno senza i genitali, e a tirare fuori la grinta. È quello che farà, ma in modo diverso dal previsto. Ne consegue che anche il finale non è il solito happy end senza ombre.

 

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