Working Title premia

Talien del regista bresciano Elia Mouatamid vince la terza edizione del festival del cinema del lavoro
Working Title premia

Si è conclusa al Teatro Comunale di Vicenza ieri martedì Primo maggio, festa dei lavoratori, la terza edizione di Working Title Film Festival – festival del cinema del lavoro. Sono stati assegnati i premi di due sezioni di concorso: Lungometraggi & mediometraggi e Cortometraggi che si aggiungono a quelli della sezione Extraworks assegnati sabato scorso.

Appena concluso, il festival già rilancia: la direttrice artistica Marina Resta ha annunciato un nuovo progetto che racconterà attraverso il cinema il quartiere dei Ferrovieri a Vicenza e il suo rapporto storicamente molto stretto con il lavoro. L’associazione Lies Laboratorio dell’inchiesta economica e sociale, promotrice del festival, organizzerà dall’autunno 2018 dei workshop e una rassegna cinematografica che coinvolgeranno giovani registi, cittadini e associazioni e sindacati che operano nel quartiere. Il progetto, denominato “Working Title Film Festival @ Ferrovieri”, è sostenuto da “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”, bando “Periferie urbane” (Edizione 2017), settore Cinema, promosso dalla SIAE e dal MiBACT.

Lungometraggi & mediometraggi
Vince Talien, menzioni a Il monte delle formiche e Saule Marceau

La giuria della sezione Lungometraggi & mediometraggi, formata dalla regista Alexandra Kaufmann e dal docente di letteratura e cinema italiano alla Louisiana State University Paolo Chirumbolo, ha assegnato il premio per il miglior film a Talien (Italia, 2017, 94′, prodotto da 5e6), documentario del regista bresciano Elia Mouatamid. Un road movie fra Italia e Marocco che vede protagonisti lo stesso Mouatamid e il padre, emigrato negli opulenti anni Ottanta dal Paese nordafricano alla pianura padana, dove ha fatto fortuna.

Le motivazioni: “A Talien per aver saputo raccontare con commovente onestà la storia di una famiglia di immigrati, la storia dei loro successi e fallimenti, delle loro difficili relazioni familiari e del complesso quanto profondo rapporto tra padre e figlio; per aver riflettuto con semplicità e chiarezza formale su temi cruciali come l’immigrazione, il multiculturalismo, il rapporto con  l’Italia e gli italiani, il problema del lavoro”.

Due le menzioni speciali assegnate.

Menzione speciale per Il monte delle formiche di Riccardo Palladino (Italia, 2017, 63′, prodotto da Cameramano, Minollo Film, Rai Cinema), documentario che prende le mosse dal singolare fenomeno che si ripete sull’Appennino bolognese ogni 8 settembre, quando sciami di formiche alata volano sulla vetta, si accoppiano in un volo cui segue la morte di tutti i maschi, che cadono esausti sul sagrato di una chiesa tuttora meta di pellegrinaggio.

Le motivazioni: “Per avere offerto la possibilità di riflettere sull’umanità come costrutto e come società, ma anche sul contributo dato da ogni singolo individuo; per essere riuscito a combinare due punti che potrebbero sembrare in contrasto: l’umiltà come tema di fondo e l’aspirazione a una forma completa; per una dedizione al dettaglio che ci conduce all’ampiezza; per uno sguardo delicato, ed un sound design che non solo ci accompagna, ma ci introduce in un mondo nel quale le formiche diventano i narratori e noi siamo in ascolto”.

Menzione speciale per Saule Marceau della regista francese Juliette Achard (Francia, Belgio, 2017, 34′, prodotto da Les Films de la caravane, in co-produzione con Cobra Films, CBA – Centre de l’audiovisuel à Bruxelles, LE FRESNOY – Studio national des arts contemporains) che segue la vita di Clement, fratello maggiore della regista, che ha lasciato Parigi per aprire un allevamento nella regione di Limousin, nella Francia centrale.

Le motivazioni: “Per una coraggiosa scelta autoriale che coniuga il linguaggio del documentario con uno stile che richiama il cinema western; per averci rimesso in contatto con la terra in un periodo storico in cui si sta perdendo il rapporto con la natura; per lo sguardo di una regista che ci porta all’interno del mondo di un fratello contadino il cui percorso solo apparentemente si differenzia da quello dell’autrice ma che si riconosce nella autenticità delle scelte”.

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