Una speranza di nome Collective

Intervista a Alexander Nanau, il regista del docuthriller in lizza per gli Oscar, da oggi su IWonderFull: "Non ho una posizione morale, seguo le persone, come nel Neorealismo"
Una speranza di nome Collective
Alexander Nanau - credits: Alex Galmeanu. Photo Courtesy of Magnolia Pictures

“Anche se ci hanno fatto cose orribili, ci hanno ucciso nostro figlio, sappiamo chi sono e sappiamo chi siamo, rimarremo così, crederemo nell’amicizia, nella rettitudine, non verremo avvelenati dal male di questa gente”.
Dopo che il 30 ottobre del 2015 un incendio provoca la morte di 27 persone in un nightclub di Bucarest, il Colectiv, le autorità rassicurano sul fatto che i feriti riceveranno le cure necessarie presso strutture definite “migliori di quelle della Germania”. Ma gli ustionati ricoverati iniziano a cadere come mosche, spingendo Cătălin Tolontan e i reporter della Sports Gazette a investigare. In quel momento una soffiata smaschera la Hexi Pharma, un’azienda che produce disinfettanti, il cui capo muore in circostanze misteriose. Il Ministro della Salute si dimette per le proteste di piazza. Ma è soltanto l’inizio…

Seguendo da vicino gli sforzi del team Gazette nello svelare metodicamente frodi e attività criminali e il nuovo ministro della Sanità Vlad Voiculescu nel riformare il sistema, il docuthriller Collective di Alexander Nanau consegna una serrata e appassionante detective story in tempo reale su verità, responsabilità e giornalismo. Presentato in anteprima alla Mostra di Venezia 2019, in lizza per gli Oscar, Collective approda oggi, 18 febbraio, sulla piattaforma IWonderFull.

Nanau, come nasce Collective?

Qualcosa di nuovo stava accadendo, tutti i giovani erano scesi in piazza, non solo a Bucarest. Avevano organizzato le proteste in una sola notte sui social, e ho capito che stava succedendo qualcosa che avrei voluto catturare nel film.

Che cosa?

Questa relazione tra potere corrotto e cittadini. E allo stesso tempo la manipolazione che è stata messa in atto, ed è drammaticamente chiaro, rispetto a quel che succedeva nel sistema sanitario: ne abbiamo avuto piena evidenza, ora dopo ora in tv c’era qualcuno che pretendeva “possiamo affrontare la situazione, siamo i migliori, non dobbiamo trasferire i pazienti all’estero”. Faccio sempre documentari osservazionali, dunque, cerco sempre i personaggi da seguire, attraverso i cui occhi poter vedere il mondo, capirlo, ma anche capire l’apporto individuale alla società.



Da Tutti gli uomini del presidente a Il caso Spotlight, è stato influenzato dal cinema americano sulle inchieste giornalistiche?

Quando inizio a lavorare su un progetto, penso sempre ai film fatti sul tema, e qui la mia prima direzione è stata verso i film sul giornalismo fatti in Europa, ma non ne ho potuto trovare alcuno: non ne abbiamo in Europa. Non abbiamo la cultura di inquadrare i giornalisti quali paladini della società democratica.

Perché non abbiamo questa tradizione?
Strano, in effetti, non capisco. Ho passato molto tempo della mia vita in Germania, dove c’è una stampa di livello, ma in un certo modo lo diamo per scontato, forse perché non sentiamo che il potere è così abusivo da richiedere alla stampa di opporvisi. Sicché ho dovuto rivolgermi al cinema americano, sin dai primi film sul tema, penso a L’asso nella manica diretto da Billy Wilder nel 1951, con Kirk Douglas: volevo capire come i registi mettessero il cinema attorno all’informazione, e alla gente che cerca informazioni il più possibile veritiere, capaci di opporsi al potere.



Le mani sulla città
di Francesco Rosi l’ha visto?

L’ho rivisto, certo. Tutto il neorealismo lo sento vicino, da Roma città aperta a Germania anno zero, anche quelli più eterodossi quale Miracolo a Milano, che vedo al cinema ogni volta che posso. O Ladri di biciclette, per me il neorealismo è come il cinema britannico degli Anni Cinquanta, sempre attento alla realtà ma allo stesso tempo cinematograficamente densissimo.

Il cinema rumeno ha spesso trattato la corruzione, da La morte del signor Lazarescu di Cristi Puiu a Un padre, una figlia (Bacalaureat) di Cristian Mungiu e Police, Adjective (2009) di Corneliu Porumboiu. Come vi si rapporta Collective?

Aggiungerei Quattro mesi, tre settimane, due giorni di Cristian Mungiu, la corruzione dell’abuso di potere, del forte che schiaccia il debole che gli si rivolge. Il cinema romeno mi è stato di grande ispirazione, quando dalla Germania sono andato a fare cinema lì ho capito molto della società romena, ma il mio percorso artistico è differente: questi lungometraggi di finzione, se consideri la loro struttura temporale, si svolgono in un giorno, al massimo due, viceversa, i miei film hanno uno spazio temporale più esteso, perché sono da sempre interessato all’evoluzione degli esseri umani, a come si trasformino nel tempo, se sono capaci di rimanere sé stessi o di farsi influenzare dal potere. Per me è importante nel documentario arrivare al cuore di una persona, ed è difficile se non hai tempo: ne hai bisogno per vedere come qualcuno fronteggi il proprio conflitto. Detto questo, La morte del signor Lazarescu rappresenta un traguardo ineguagliabile sul versante fiction.



L’incendio del Colectiv è del 30 ottobre 2015: in questi sei anni come è cambiata la Romania, possiamo essere ottimisti?
Possiamo essere ottimisti, ma ci sono due versanti, come in Italia del resto: la società e la classe politica. La prima va veloce, dall’incendio del Colectiv società e stampa si sono riformate: giovani giornalisti svelano la corruzione ovunque si trovi, dalla chiesa alla politica, fino al sistema giudiziario; nella società civile vedi come la gente voglia cambiare, abbiamo avuto tante elezioni da allora e molte città sono state conquistate da sindaci che fanno parte della nuova generazione, che hanno riportato professionisti e persone competenti al governo. Ma tra questa società moderna e la classe politica è guerra: i politici dicono bugie, manipolano e si sforzano di mostrare di volere il cambiamento, ma così non è.

Esempi?

Le autorità romene non hanno costruito un solo ospedale negli ultimi trentaquattro anni, lo promettono a ogni elezione ma non lo fanno. Dopo il rogo del Colectiv, l’unico ospedale è stato costruito dalla società civile, da una ONG fondi privati, con donazioni via sms, con il contributo di società e della band Metallica, che ha versato 250mila euro. Con il Covid è stata la stessa cosa, la società civile con donazioni ha provvisto medici di protezioni, ha costruito unità Covid laddove non c’erano terapie intensive sufficienti. Oggi non governano più i socialdemocratici, ma un altro partito non troppo dissimile, che ha negato la pandemia, ha dato contratti a società ombra che appartengono alla mafia, comprato dalla Cina dispositivi di protezione che non proteggono nemmeno. Come in tutta Europa, anche da noi è guerra aperta tra società e politica.



L’anteprima alla Mostra di Venezia del 2019 è stata importante?
Cruciale, direi. La combinazione premiere veneziana e poi Toronto è stata incredibilmente benefica, la cosa più importante essere a Venezia con tutto il team, le vittime, i parenti e i giornalisti e ricevere dieci minuti standing ovation. Ha acceso qualcosa, non solo era la cosa giusta per i protagonisti film, ma abbiamo sentito che il film comunicava con tanta gente e quando l’indomani siamo arrivati a Toronto tutta l’industry sapeva ed è venuta a vedere il film.

Collective
è nelle shortlist dell’Oscar al film internazionale e al documentario. Nanau, ci crede?

Lavoriamo da mesi sulla campagna, è incredibile quanto lontano sia andato il film, quanto ovunque stia facendo qualcosa. È appena uscito in Mongolia, dove i giornalisti sono impauriti, giacché il parlamento vuole passare una legge che li incrimina: volevano vedere il film, in tv ha avuto grande successo, e qualcosa è successo. I giornalisti iniziano a essere più coraggiosi, e tre giorni dopo sono riusciti a buttare giù il ministro sanità e due giorni poi il governo si è dimesso: questo per noi è arricchente, molto. Sarebbe bello essere nominati agli Oscar, e dunque avere più gente che veda Collective.


Considera il giornalista Cătălin Tolontan e l’ex ministro della Sanità Vlad Voiculescu degli eroi?
No, penso abbiano fatto il loro lavoro. Tolontan fa quello che un giornalista dovrebbe fare, e l’importante è proprio che vediamo quello che fa come normalità e non come qualcosa di eccezionale. Io credo che gli eroi siano i whistleblowers, le donne che rischiano il proprio lavoro e la propria vita, come l’anestesista Camelia Roiu, l’unico medico che s’è decisa a parlare ed è stata messa ai margini: ha messo a repentaglio la propria per salvare centinaia se non migliaia di vite. I giornalisti, viceversa, hanno fatto quel che dovevano, l’importante è capire che dovrebbe essere la normalità e non l’eccezione. Nel caso di Voiculescu è lo stesso, sebbene ovunque abbiamo mostrato il film, dalla Svizzera alla Francia, che fossero democrazie più o meno sviluppate, le persone erano scioccate da poter vedere nel sistema, che gli fosse permesso di guardare dentro, quando democrazia dovrebbe essere la normalità. Abbiamo il diritto di sapere esattamente quel che accade nel sistema, Voiculescu lo dice, la salute è un diritto fondamentale sancito dalla costituzione, la gente ha il diritto di sapere esattamente quali decisioni vengono prese e con quali criteri.

La macchina da presa in Collective finisce per assumere una posizione morale: qual è l’etica del film?

Mi sono limitato a trasformare in cinema quel che vedevo, e quel che vedevo era un thriller: ogni giorno succedeva qualcosa, sucidi, servizi segreti che sapevano. È stato molto teso il periodo in cui abbiamo filmato. Ma la posizione morale di cui parla è più il risultato delle persone che filmiamo. Per me cinema significa da sempre identificarsi in persone sullo schermo, essere un’altra persona per chiederti chi tu sia o chi tu voglia essere. Succede anche nel finale, con i genitori che ascoltano la canzone preferita del figlio defunto, e per me stanno dicendo “anche se ci hanno fatto cose orribili, ci hanno ucciso nostro figlio, sappiamo chi sono e sappiamo chi siamo, rimarremo così, crederemo nell’amicizia, nella rettitudine, non verremo avvelenati dal male di questa gente”. Più che una posizione morale, è il modo in cui vediamo la loro umanità. Come resistono per non diventare odiatori, o malvagi: è la resistenza umana, la forza dell’uomo.

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