Tertio Millennio, This is not a Burial, It’s a Resurrection

Alla XXIV edizione del TMFF il film diretto da Lemohang Jeremiah Mosese. Per i cortometraggi in gara Broken Roots di Asim Tareq e Sara Elzayat
25 Febbraio 2021
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Tertio Millennio, This is not a Burial, It’s a Resurrection
This Is Not a Burial, It's a Resurrection

Terza giornata della XXIV edizione del Tertio Millennio Film Fest (TMFF), il festival del dialogo interculturale e interreligioso organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo. Traendo spunto da una citazione del poeta Friedrich Hölderlin, lo storico festival della Fondazione – nato nel 1997 per volere di Papa Giovanni Paolo II – propone una lettura dell’attualità partendo da “ciò che salva”, cercando nella filmografia contemporanea non il lamento del presente ma spunti di ripresa, di salvezza, per individui e comunità.

Disponibile fino al 2 marzo su MYmovies, il Festival propone oggi la visione di This is not a Burial, It’s a Resurrection (Lesotho, 2019, 120’), diretto da Lemohang Jeremiah Mosese.

Nel Lesotho privo di affaccio sul mare, in un piccolo villaggio situato tra le montagne, una vedova ottantenne attende il ritorno del suo unico familiare vivente: suo figlio, un operaio immigrato che lavora in una miniera di carbone sudafricana. È Natale ed è atteso a casa. Alcuni funerei messaggeri le danno la notizia che il figlio è morto in un incidente in miniera. Consumata dal dolore, il suo desiderio di morire e ricongiungersi con la sua famiglia cresce costantemente. Vuole essere sepolta nel cimitero locale, insieme ai suoi cari. I suoi piani vengono interrotti quando apprende che il villaggio verrà mobilitato a forza e ricollocato a causa della costruzione di un bacino idrico. L’area verrà inondata e il cimitero profanato. La risolutezza di Mantoa è incrollabile e innesca nella comunità uno spirito collettivo di sfida. Nei drammatici momenti conclusivi della sua vita, la leggenda di Mantoa viene forgiata e resa eterna.

Chi conosce il Lesotho? Stato indipendente da poco più di cinquant’anni, è una piccola enclave all’interno del territorio sudafricano. Ed è lo scenario – arido, inospitale, ancestrale – di una storia che sembra avere poco a che fare con questa terra e con le sue regole, i suoi limiti, la sua misura. C’è già tutto nel titolo: non è una sepoltura, è una resurrezione. È una sfida al pubblico (occidentale) e alle sue aspettative. Più che un dialogo, ciò che mette in campo il film di Lemohang Jeremiah Mosese è la possibilità di una prospettiva alternativa alle nostre certezze: abbracciare il mistero dell’indicibile esplorando il mondo che si staglia tra il reale e l’invisibile. Lo fa raccontando la storia di una donna ribelle, Mantoa, un’ottantenne che non ha più niente al mondo – letteralmente – se non la speranza. Che ha in sé l’ostinazione della resistenza, la necessità della resilienza. Ha perso il figlio, vittima di un incidente in miniera, e ha perso la voglia di vivere. Anzi: non ne sente più l’urgenza. C’è una componente mitica perfino struggente nella sua opposizione al potere costituito, che ha deciso di costruire una diga dove lei intende riposare per sempre. La nuova infrastruttura, infatti, sarà eretta nel luogo in cui sorge il cimitero del villaggio. Per Mantoa (interpretata da Mary Twala, scomparsa nel luglio del 2020) è l’ultima battaglia: non ha più nulla da perdere ma rivendica come suo unico orizzonte quello spazio che accoglie i morti della sua famiglia. La sua forza sta qui: ha un progetto che vale una vita, che la travalica e la sublima. Un racconto che trascende la realtà, incrocia l’attualità, si colloca in una terra di confine tra la modernità e la natura, le tradizioni e il materialismo, la magia e la spiritualità, la vita e la morte. Si parla di un singolo per tessere una narrazione collettiva: quante comunità dovranno rinunciare a se stesse in nome del progresso, relegate all’oblio per annullare un passato inconciliabile con il futuro? Ma quello di Mosese non è un film conservatore: sceglie piuttosto di rivendicare la potenza delle radici, il radicamento a un territorio che rappresenta la sua stessa storia, il recupero di una umanità dimenticata dalle esigenze del capitale. Con questo film duro e spiazzante, il Lesotho ha partecipato per la prima volta alla corsa per un posto nella cinquina dell’Oscar al miglior film internazionale. Non è andata bene ma niente di grave: i premi passano, i film restano. (Lorenzo Ciofani)

 

Disponibilità: dalle 11:00 di giovedì 25 febbraio fino alle 11:00 di sabato 27 febbraio.

Per quanto riguarda il concorso di cortometraggi, invece, il titolo della giornata è Broken Roots (Giordania, 2020), animazione di Asim Tareq e Sara Elzayat.

Broken Roots

Adam, un bambino di 10 anni che impersonifica il suo disagio con un albero nero nel mezzo del deserto, cerca di riempire il vuoto dentro di sé disegnando. L’unico colore che conosce è il nero, sebbene la sua stanza sia piena di scatole colorate. L’unico colore che conosce è il nero, nonostante la sua stanza sia piena di colorate scatole di regali che potrebbero ispirarlo. Perché non sono quelli i doni che sta chiedendo.

Disponibilità: dalle 11:00 di giovedì 25 febbraio fino alle 11:00 di sabato 27 febbraio.

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