Sulle tracce di Maigret

Patrice Leconte porta in sala il celebre personaggio di Simenon: "Un film malinconico, autunnale, crepuscolare", dice il regista. Che dirige Depardieu e ricorda Godard nel giorno della sua scomparsa: "Ha scardinato e rinnovato le regole del cinema"
Sulle tracce di Maigret
Maigret di Patrice Leconte - @ Pascal Chantier

“Maigret è uno che, alla fine della sua carriera, ha perso un po’ il gusto per il suo mestiere. È molto umano, procede a tentoni, è pieno di incertezze e dubbi. È il contrario dei supereroi e di uno come Sherlock Holmes sempre sul pezzo. Chi altri se non Gérard Depardieu poteva farlo?”.

A parlare è il regista Patrice Leconte che ha deciso di fare interpretare il suo Maigret, dal 15 settembre al cinema distribuito da Adler, dall’ “imponente, voluminoso e schivo” Depardieu.

Depardieu e Leconte sul set – @Stephanie Banchu

L’ambientazione è parigina. E il caso da risolvere non è semplicemente complesso: difficile capire chi abbia pugnalato e ucciso una giovane ragazza senza avere nessun elemento per identificarla. Ma si porta dietro anche un carico fortemente emotivo: “Pieno di emozioni e sentimenti Maigret più che il colpevole cerca con tutte le sue energie l’identità della vittima”.

Ed è proprio questo il motivo per cui Leconte ha scelto di adattare, anzi di “adottare” (“adattare significa adottare”) insieme a Jérôme Tonnere questa storia tratta dal romanzo “Maigret e la giovane morta” di Georges Simenon.

“Emmanuel Carrère, grande autore di cinema francese, mi disse che quando si adatta un libro lo puoi leggere anche per cinque volte consecutive poi però lo devi mettere sotto il letto e non lo devi guardare più- racconta-. Bisogna tradurre senza tradire e concedersi alcune libertà altrimenti uno sarebbe un semplice illustratore. Mi sono dunque preso tante libertà con il libro e ci ho messo dentro anche tante cose che mi riguardano”.

Ne esce fuori un film di impianto classico (“non polveroso”), ma anche “malinconico, autunnale e crepuscolare”. “Pieno di zone d’ombra come la vita di Maigret e di ciascuno di noi”, specifica. E anche un film corto. “Simenon è un maestro dell’essenzialità. È coinciso. Sulla pioggia un altro autore avrebbe scritto tre pagine di descrizione. Lui invece scrive semplicemente: Maigret era fradicio. Lo adoro perché lascia al lettore una parte di immaginazione. E anche io preferisco fare film corti”.  Ecco perché sottolinea: “Non ci sarà un altro film su Maigret. Entrerei in una sorta di serie tv e io faccio cinema”.

Ma cosa lo ha sedotto del personaggio di Maigret? “È uno che non si trova a casa nell’alta borghesia. Non ha rispetto per le classi superiori: non si toglie il cappotto e continua a fumare la pipa. In lui c’è il desiderio di non appartenere a quel mondo. Guarda, ascolta ed è sensibile alle origini delle giovani che arrivano dalla provincia di Parigi perché ci si affeziona a livello sentimentale e paterno. Maigret è un personaggio che non ha certezze, è fuori dal tempo, è atipico rispetto ai detective e agli ispettori che vediamo in televisione. Non vedo sue tracce nei poliziotti e nei detective attuali che sanno sempre il fatto proprio”.

Al fianco di Depardieu tante giovani attrici nei panni di queste “ragazze della provincia” (“mi sono fatto aiutare da una casting director”): Jade Labeste;  Mélanie Bernier; Clara Antoons. E nel cast anche: Aurore Clément; André Wilms; Hervé Pierre (della Comédie Française).

“Ho incontrato Depardieu per proporgli il ruolo e lui ha subito accettato, prima ancora di leggere la sceneggiatura- racconta Leconte-. È stato straordinario. È strano che nessuno prima gli abbia chiesto di interpretarlo. Ci sono Maigret ovunque nel mondo: cinesi, giapponesi, inglesi. Ma lui è davvero perfetto. Sul set vede e osserva tutto. Sono rimasto colpito dai suoi silenzi e dalla sua concentrazione. Lui adora Simenon e il fatto di impersonare un personaggio come Maigret, come dire, alla sua altezza, lo ha fatto sentire profondamente motivato”.

Una motivazione che nel caso del grande attore francese nasce anche da una sua ferita intima e profonda. Sia Depardieu che Simenon sono di fatto tristemente accomunati dal dolore per la perdita di un figlio (Guillame, il primogenito del grande attore francese è morto a 37 anni nel 2008 per via di un’infezione; mentre Marie-Jo, l’unica figlia femmina di Simenon, nel 1978 si è suicidata). Una tristezza e una malinconia che pervade tutto il film. “Quando si perde una figlia, si perde tutto, restano solo le tenebre”, commenta il regista citando una frase del film e poi ricorda con quanta carica emotiva il suo Maigret-Depardieu rispondeva: “Lo so” a questa battuta.

A proposito di perdite, sul regista Jean-Luc Godard, la cui morte è stata annunciata poche ore fa dal quotidiano francese Libération, dice: “L’ho saputo adesso. È stato un creatore essenziale, bizzarro, caotico, un innovatore della Nouvelle Vague. Ha scardinato e rinnovato le regole del cinema. Ha fatto dei film, come Fino all’ultimo respiro, che hanno dato la certezza che il cinema non fosse un sogno impossibile. Purtroppo non l’ho conosciuto di persona”.

I suoi prossimi progetti? “C’è un progetto in stato avanzato per fare un altro film sempre con Depardieu, ma di tutt’altra tonalità rispetto a Maigret. E poi un altro film, che girerò ad aprile, su Louis Braille, colui che ideò il codice Braille, utilizzato per la scrittura e la lettura delle persone non vedenti”. Infine conclude: “Io so solo fare cinema. Non posso mettermi a giocare a scarabeo o restare inattivo, in pensione. Alla fine delle riprese Depardieu mi disse che in questi ultimi vent’anni aveva fatto dei film, con me invece aveva fatto cinema. Ecco, per me questo commento vale più di qualsiasi César o David di Donatello”.

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