State a casa, parola di Roan Johnson

"Il Covid è una sorta di scusa", dice il regista. Che dal 1° luglio arriva in sala con il suo nuovo film, incentrato su un "virus ancora più pericoloso, quello che si nasconde nella natura umana"
State a casa, parola di Roan Johnson
Roan Johnson sul set del film - Foto Paolo Ciriello

Da poco siamo finalmente usciti da casa, ma (dal primo luglio distribuito da Vision in 150 copie) arriva al cinema State a casa. Il nuovo film di Roan Johnson, al di là del titolo, non è però un film sulla pandemia, anzi, come sottolinea il regista: “Qui il Covid è una sorta di scusa”. Il virus di cui parla è qualcosa che è nella natura umana: “L’avidità, l’egoismo, la gelosia, la possessività e la parte peggiore della nostra società”.

A mostrarci i peggiori lati umani sono quattro coinquilini interpretati da Dario Aita, Giordana Faggiano, Lorenzo Frediani e Martina Sammarco. Bloccati dalla pandemia e chiusi in lockdown all’interno un appartamento a Roma troveranno l’occasione di fare dei soldi facili a scapito del loro ambiguo padrone di casa di nome Spatola (Tommaso Ragno). Nel cast anche un portiere e una donna delle pulizie moldava interpretati da Fabio Traversa e Natalia Lungu.

Dopo Fino a qui tutto bene (2014) e Piuma (2016), diversi romanzi e tante serie tv, Johnson dirige questa dark comedy, tinta di commedia e di noir, che ha un doppio registro sempre presente in una sorta di “dissolvenza integrata. Un film che ha un inizio più spensierato e giocoso e un finale molto cupo”.

“Non c’è un personaggio totalmente positivo o negativo, come poi sono gli esseri umani. Forse il più cattivo è Spatola. La nostra natura duplice è stata estremizzata dal Covid e dalla pandemia. In questa bolla abbiamo dovuto far fronte ai nostri demoni e ai nostri mostri. Il Covid ci ha fatto fermare e guardare allo specchio. In vitro veritas dentro questo laboratorio, in quella piccola casa, mi sono chiesto: se i nostri peggiori istinti prevalessero dove andremmo a finire? Questo è l’ammonimento e il vaccino che vorrebbe portare questo piccolo film”, racconta il regista.

State a casa

State a casa – Foto Paolo Ciriello

Girato tra novembre e dicembre in un’unica location a Roma. “Anche se l’unico elemento romano veramente è il portiere. La città eterna non la nominiamo mai. Siamo rimasti vaghi perché è una storia che sarebbe potuta avvenire a Torino o a Milano, così come in Francia o a New York”, specifica Johnson che prima di iniziare a riprendere ha fatto due settimane di prove dentro quell’appartemento.

“È un film che si è costruito in casa”, dice Lorenzo Frediani. E Dario Aita: “Roan ha usato molto il piano sequenza, che è stata una grande occasione di incontro tra il mezzo cinematografico e il teatro. Abbiamo avuto molto spazio creativo”

Nella storia giocano un ruolo fondamentale anche, anzi soprattutto, le due ragazze. “Poter provare prima è stato un privilegio enorme. Vivendo insieme siamo riusciti a creare un rapporto semplice e confidenziale- dice Giordana Faggiano-. Il mio è stato un personaggio difficilissimo da interpretare anche perché Roan ha continuato ad aggiungere nuovi strati. Non siamo semplici donne che fanno da spalla agli uomini. Ho lavorato molto sul corpo e sul dialetto”. E Martina Sammarco: “Roan mi ha detto di pensarmi come una divinità. Sono un’appassionata di mitologia greca e le divinità stanno da un’altra parte ed osservano. Ho cercato di essere empatica, ma distante, e questo era molto difficile”.

“Dopo Fino a qui tutto bene ho capito che la mia natura era stare dietro la macchina da presa- racconta il regista-. Mi sento a mio agio sul set. Ho raccontato quel lockdown iniziale che è stata una sorta di montagna russa per tutti. Anche le serie e i film che verranno dopo la pandemia magari non ne parleranno, ma comunque ne faranno riferimento. Come dopo la guerra se ne parlava, così ci troveremo a fare i conti con un evento ancora più eccezionale ed universale perché tutto il mondo si è trovato chiuso in casa. Un fatto storico mai successo. Qualcosa di privato è stato condiviso: tutti abbiamo vissuto la stessa storia contemporaneamente. Per me fare questo film è stato anche catartico perché in quel momento avevo l’ansia del moriremo tutti e mi è venuto naturale provare ad esorcizzare quella paura scrivendo varie storie. Quella era la più forte e potente drammaturgicamente”. Ma come ne siamo usciti? Migliori o peggiori? “Presto per dirlo. Credo che lo vedremo tra un po’. Siamo ancora nel mezzo e parliamo di qualcosa che tutti dobbiamo ancora metabolizzare. Se la nostra umanità ha imparato qualcosa da questa pandemia lo capiremo tra qualche tempo. Io ovviamente spero di sì”.

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