Scoprendo Valley of the Gods

"Racconto lo scontro tra due miti, il benessere occidentale e la tradizione Navajo", dice il regista Lech Majewski. Nelle sale dal 3 giugno, con John Malkovich e Josh Hartnett
Scoprendo Valley of the Gods
Keir Dullea, John Malkovich VALLEY OF THE GODS dir. Lech Majewski

Tre storie diverse e distanti, destinate ad intrecciarsi: l’uomo più ricco sulla faccia della terra e collezionista d’arte (Wes Tauros interpretato da John Malkovich), un giovane scrittore in crisi (John Ecas – Josh Hartnett) e infine un’ancestrale leggenda navajo. E’ Valley of the Gods, il film di Lech Majewski, regista de I colori della passione e Onirica, che dal 3 giugno uscirà al cinema distribuito da CG Entertainment in collaborazione con Lo Scrittoio.

“Racconto uno scontro tra due miti: da una parte il benessere occidentale e dall’altra la tradizione Navajo”, dice il regista che ha girato questo film tra lo Utah, Los Angeles, Roma e i castelli della Polonia.

Al centro della storia due temi a lui da sempre molto cari: l’arte e l’amore. “L’essenza dell’arte è il contrasto”, dice Lech Majewski che qui ha proprio voluto raccontare il contrasto tra due sistemi di valori diversi: il mondo dei Navajo, abitanti della Valle degli dei, e quello di Wes Tauros.

Josh Hartnett VALLEY OF THE GODS dir. Lech Majewski

La società del magnate, che estrae uranio, ha deciso di scavare anche in quella Valle, violando una terra sacra, perché secondo un’antica leggenda tra le rocce sono rinchiusi gli spiriti delle antiche divinità.

Come hanno reagito i Navajo a questo film? Si sono sentiti rappresentati? “All’inizio erano molto riluttanti a parlare con noi. I Navajo vivono in assoluta povertà. Sono persone molto pure. Poi però sono stati molto orgogliosi di questo film perché è la prima volta che un bianco prende la loro prospettiva e il loro modo di vedere il mondo. Quando tu lavori nella Valley of Gods vedi il loro spazio vuoto. Ma un giorno un Navajo giustamente mi disse: non è deserto, ci sono le nuvole che passano. Io vivo a Los Angeles e quando inizi ad ascoltarli capisci che sono spiritualmente connessi alle loro antiche radici. Sempre in quest’area geografica, poco distanti, ci sono persone ricchissime che vivono nella Silicon Valley, a Las Vegas, a Hollywood e a Palm Springs. Un altro bel contrasto che ho voluto raccontare”.

L’arte è dunque centrale nella vita di Lech Majewski. L’arte italiana ancora di più: di fatto in questo film è presente anche la Fontana di Trevi (difficilissimo ottenere i permessi per girare, ma alla fine ci sono riusciti e l’unico divieto è stato quello di non mettere i cantanti lirici dentro alla fontana).

“Mi sento quasi italiano perché il mio lato artistico è nato a Venezia – racconta il regista -. Mio zio insegnava al conservatorio di Venezia e io lo andavo a visitare spesso. Per un periodo ho anche studiato all’Accademia per diventare pittore.  Poi decisi di fare il regista. Amo il cinema italiano, sono figlio di quel cinema”.

Infine conclude: “La prima volta che mi recai alla Monument Valley fu un’esperienza che mi tolse il respiro. La mia immaginazione è stata accesa dalla bellezza di quelle terre e ancora di più dal contrasto tra l’apice della civiltà occidentale, incarnato dagli Stati Uniti, e la popolazione nativa americana, che vive in condizioni di disagio. Nonostante questo la vita interiore dei Navajo è molto ricca. Volevo mostrare lo stupro della Terra Santa. Tutti sappiamo che i Navajo furono vittime della polvere di uranio, che chiamarono il mostro giallo. Quella polvere li ha uccisi e li ha fatti ammalare e il governo non li ha di certo aiutati”.

Nel cast anche Berenice Marlohe, Keir Dullea, John Rhys-Davies e Jaime Ray Newman.

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