(Ri)nascita di una nazione

"Nessuna affinità tra Mandela e Obama, fuorché il colore della pelle", dice Morgan Freeman. Madiba in Invictus per il sogno sudafricano
4 Febbraio 2010
(Ri)nascita di una nazione

“Ho conosciuto Nelson Mandela nel 1996, una persona straordinaria, generosa e compassionevole, capace come pochi altri di mettermi in soggezione. Non ho mai incontrato il Papa, ma credo non riuscirebbe ad intimidirmi come è accaduto con Madiba”. Parola di Morgan Freeman, che dal 26 febbraio vedremo sui nostri schermi con Invictus (distribuito da Warner Bros. in circa 400 copie), nuovo film di Clint Eastwood ambientato nel Sudafrica post apartheid del 1995 e incentrato sulla vittoria degli Springboks – capitanati da François Pienaar, impersonato da Matt Damon – ai Campionati Mondiali di Rugby, evento sul quale lo stesso Mandela – neoeletto presidente dopo oltre vent’anni di prigionia – puntò per dare il via ad un processo di unificazione ancora difficile da realizzare. “Non sono mai stato un appassionato di rugby, e non lo sono diventato – racconta ancora Freeman, che per interpretare Mandela ha svolto un eccezionale lavoro sul timbro vocale e l’accento – ma comprendo come un avvenimento del genere possa aver contribuito a guarire antiche ferite e regalare nuove speranze ad un’intera popolazione”. Diretto per la terza volta da Clint Eastwood (dopo Gli spietati e Million Dollar Baby, film che gli valse il premio Oscar come miglior attore non protagonista), Morgan Freeman confida che girerà un quarto film con il regista di Gran Torino “solo se sarò estremamente fortunato” e ammette che ricevere un’altra nomination (la quinta, ndr) dall’Academy “è sempre un piacere, come ricevere una pacca sulla spalla da chi, si presume, sia esperto nel dare pacche sulle spalle…”, ma non nasconde il disappunto per l’esclusione di Invictus dalla decina che si contenderà la statuetta per il miglior film: “Sarò di parte – prosegue l’attore – ma credo che il nostro dovesse essere candidato”.
Vittima in passato di episodi di razzismo (“che preferisco non raccontare”) e convinto che “l’unica affinità tra Mandela e Obama sia il colore della pelle, troppo giovane il secondo rispetto al primo e, soprattutto, non costretto a riflettere per quasi 30 anni dentro ad una cella”, Freeman spiega che Invictus è portatore di un messaggio universale, non solo diretto a qualche paese in particolare, e si sofferma sulle difficoltà dell’attuale presidente degli Stati Uniti rispetto all’ex presidente sudafricano: “Mandela era un monolite all’interno di una struttura partitica monolitica, l’ANC. Ogni sua decisione era presa con tale decisione e fermezza che era difficile resistergli: non esistevano altre figure con un carisma tale e un potere sufficiente per opporsi. Barack Obama, invece, ha delle pareti enormi davanti a sé, caratterizzate da un’opposizione abilissima a creare barriere di fronte al cambiamento: attualmente gli Stati Uniti spendono milioni e milioni di dollari per la guerra alla droga e nessuno dice niente, mentre si mettono dei paletti alla riforma sanitaria sostenendo che sia una spesa che il paese non può permettersi: onestamente, credo sia una vera assurdità”.

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