La zampata di Sergio

"Un giorno la rabbia giovane esploderà", dice Rubini. Che condanna il cinema italiano ("succube della TV") e porta a Torino il suo film del cuore: Cane di paglia
1 Dicembre 2011
La zampata di Sergio

“Mio padre lavorava come capostazione in un paesino vicino a quello in cui sono nato. Nel profondo sud. Una notte rimase vittima di un episodio di violenza che mi colpì molto, nonostante tutto si fosse poi risolto per il meglio. Fu un momento importante, perché mi resi conto, per la prima volta, che anche un uomo qualunque, quando subisce un’ingiustizia, può trovare la forza e la rabbia per ribellarsi”. È questo frammento di storia familiare, mescolato alle suggestioni che il film Cane di paglia di Sam Peckinpah gli procurò, ad avere acceso in Sergio Rubini la voglia di affiancare al lavoro di attore quello di regista. Ed è per questo che quando Amelio lo ha invitato a presentare il suo film del cuore nell’ambito della sezione “Figli e amanti” l’attore pugliese non ha avuto dubbi: Straw Dogs, senza il quale, forse, non avrebbe mai pensato di dirigere La stazione.
“La straordinarietà di questo film – spiega Rubini – sta nella grande capacita di Peckinpah di raccontare l’uomo della strada, un maschio debole che è un numero due e che rifiuta la virilità intesa come machismo, ma che, nel momento in cui vede invasi i suoi spazi, è in grado di reagire con una violenza ancora maggiore di quella dei suoi aguzzini”. Come contrapporre l’eleganza di Cassius Clay alla bestialità di Mike Tyson, le illusioni degli anni ’70 al brutale edonismo degli anni ’80. Aria riservata, sguardo che nasconde timidezza, nell’attore si coglie quella fragilità di cui lui stesso parla e che tanto lo affascina. La piccola, grande rivoluzione dell’uomo comune non può che portare sui sentieri dell’attualità: “Io faccio parte di una generazione che ha sbagliato, che non ha saputo dare corpo agli ideali in cui credeva. Per molti forse erano solo inconsistenti sogni giovanili, ma arriverà un momento in cui le nuove generazioni saranno in grado di fare sentire la propria rabbia, in fondo ne avrebbero tutti i diritti, data la società che stiamo per lasciare loro”.
Rubini s’infervora, il pubblico lo applaude, soprattutto quando si arriva a parlare della situazione del cinema italiano, che, nella visione dell’artista, è ormai completamente assoggettato alle leggi della televisione: “Sono cresciuto in un’epoca in cui si diceva che il cinema italiano fosse in crisi – commenta ironico – ma a fare i film erano Monicelli, Scola, Fellini, Antonioni. Ora che lo è davvero tutti affermano il contrario, portando come esempio la quantità dei biglietti venduti. Io non credo che sia la quantità a fare il cinema, ma la qualità, che se diventa l’obbiettivo primario può anche agire positivamente sulla prima”. Aneddoti, ricordi, curiosità sul suo doppio lavoro di attore e regista, ma soprattutto domande sui suoi progetti futuri. Anche in questo caso Rubini non delude: di prossima uscita un film diretto da Susanna Nicchiarelli e ispirato a un romanzo di Walter Veltroni, in cui apparirà anche Margherita Buy e una sua nuova regia ancora in fase di scrittura, il cui argomento rimane per ora top secret.

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