Il segreto di Hugo

Scorsese interroga Méliès per ritrovare il cuore del (proprio) cinema. E scopre il battito di una visione senza tempo
27 Gennaio 2012
Il segreto di Hugo

Da dove iniziamo? Dalla storia di un orfano che cerca di aggiustare un automa sfasciato perchè è lui che conserva l’ultimo messaggio del padre? O dall’omaggio doveroso, affettuoso, a Georges Méliès, pioniere del cinema e (sic!) tra i primi ad essere dimenticato, ridottosi a vendere giocattoli in una piccola bottega nella stazione di Parigi? Oppure iniziamo dal 3D, dal modo in cui Scorsese lo ha fatto suo per farlo nostro, immergendoci dentro un film che è anche un entrare dentro l’ingranaggio-cinema, la meccanica e il segreto del suo funzionamento? E se iniziassimo invece da tutti quegli orologi che girano, si fermano e girano, come epifanie di un Tempo che travolge tutto, ambizioni e destini, inarrestabile macchina di distruzione e insieme di significazione, fine e finalità della vita?
Tempo che sfugge a tutto eccetto che al cinema, quel ladruncolo (come Hugo) di istanti, diapositiva in movimento del Tempo che passa e non passa mai. Replicabile all’infinito, eterno.
E allora sì, dovremmo iniziare da un museo, dal custode di tutte le immagini e delle loro storie racchiuse, dei Méliès e dei Lumière, dei Keaton e dei Chaplin, impronte di qualcuno che da lì è transitato e vi ha lasciato un mondo e i sogni. Inizieremmo sempre e comunque da Scorsese, moderno archeologo della settima arte, padre della World Cinema Foundation, di cui questo film sarebbe il miglior depliant possibile, se non fosse anche altro. Hugo Cabret è la testimonianza di un’invidiabile libertà espressiva, un vero e proprio scacco all’industria, perché 170 milioni di dollari costituiscono il budget di un blockbuster, non di un film d’autore.E’ un racconto personale, non solo per la difesa accorata verso ogni memoria e ogni restauro – ossessione dello Scorsese di questi anni – ma per tutti quegli elementi autobiografici che il regista italoamericano dissemina nella narrazione, come la gratitudine verso il padre che, al pari di quello del protagonista, lo portava al cinema da ragazzo.E’ certamente un film sul cinema, ma soprattutto è (tutto) il cinema in un film.
Hugo Cabret è anche un inno al rito della sala cinematografica, a quella sua capacità di incamerare visioni (private) e restituire immagini, luogo diaframmatico tra individuo e comunità, alfabeto universale e mondo condiviso. Ed è soprattutto una riflessione malinconica – non nostalgica – sul cinema, il giocattolo rotto che va riparato. Come? Il cinema si ripara con il cinema, facendolo e rifacendolo (come Scorsese che rifà e ci fa rivedere alcuni film del passato), aprendo e riaprendo l’occhio, lo sguardo e il desiderio, nello sguardo che è desiderio se l’occhio torna vergine come quello di un bambino. Possiamo anche metterci gli occhiali(ni), spostare in avanti le frontiere tecnologiche della visione, cambiare il nostro modo di guardare le immagini, ma non riusciremmo comunque a rianimare la loro magia, il modo in cui ci vivono dentro, ci fanno sorridere e piangere, pensare e sognare, se non ci trovassimo un cuore. E’ il cuore la chiave del cinema, il cuore a renderlo un automa vivente, spirituale. Questo era il trucco di Méliès e il segreto del cinema.Scorsese ce lo ha semplicemente, magnificamente, ricordato.

Lascia una recensione

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy