I David e lo stato delle cose

Se lo scopo dei premi è anche quello di fotografare il presente, allora regna lo spaesamento: la crisi delle sale è il leitmotiv della serata, poi alla fine vince un (bellissimo) film distribuito da Netflix
I David e lo stato delle cose
Filippo Scotti in È stata la mano di Dio. Foto di Gianni Fiorito

Magari non ce ne rendiamo conto, ma per la prima volta ai David di Donatello vince un film – bellissimo, importante, destinato a restare – di cui non conosciamo uno straccio di incasso. E in una serata caratterizzata dalla preoccupazione per lo stato delle sale, insomma, è un dato perlomeno curioso.

David 67, tutti i vincitori

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino è stato distribuito sui grandi schermi per un periodo limitato prima del rilascio su Netflix. Si dice sia andato bene, anzi benissimo. Ma non abbiamo numeri ufficiali (ufficiosi se ne trovano, scavando), perché la politica della piattaforma è chiara. Sappiamo, però, che già alla sua apparizione nel circuito aveva colpito il pubblico. Che, infatti, scelse di vederlo in sala, allungando il tempo di permanenza del film, nonostante l’imminente uscita in streaming.

È stata la mano di Dio è il primo prodotto italiano distribuito da Netflix a vincere il David come miglior film. Che piaccia o no, che la si veda coi dovuti distinguo o meno, è un fatto importante. Specie se si verifica nei giorni dell’appello al governo fatto da due tra i principali rappresentanti della nostra industria (Paolo Del Brocco di Rai Cinema e Giampaolo Letta di Medusa) per ribadire la centralità della sala.

Nessuno ha verità in tasca, tantomeno in un periodo così complicato e nei fatti di transizione, e non sappiamo dire se il caso del film di Sorrentino sia emblematico, l’annuncio di un nuovo corso, la prova generale di un modo di vivere l’esperienza della sala accanto a quella domestica. Certo è che chi ha scelto la sala in questi mesi si è dovuto misurare con un mondo inconcepibile fino a due anni fa e molti – va detto, con affetto ma anche lucidità – si sono schiantati.

Freaks Out di Gabriele Mainetti

Pochi hanno superato la barriera psicologica del milione, pochissimi hanno varcato quella dei due. Tra questi c’è Freaks Out che, come rivendicato fieramente da Gabriele Mainetti (premiato come miglior produttore per Freaks Out assieme ad Andrea Occhipinti, Mattia Guerra e lo stesso Del Brocco), ha rifiutato le lusinghe (leggi: i soldi) delle piattaforme per aspettare – un po’ romanticamente, ma anche per una scommessa di sistema – la riapertura delle sale.

È stata la mano di Dio e Freaks Out hanno ricevuto lo stesso numero di candidature, 16. Al primo sono andati 5 premi, pesanti e pensanti (film, regia, attrice non protagonista alla meravigliosa Teresa Saponangelo, fotografia, David Giovani). Al secondo uno in più, 6, che al di là dei meriti sembrano atti dovuti all’impresa: produzione (un riconoscimento alla sofferta e faticosa avventura produttiva di un film fuori scala per la nostra industria), fotografia, scenografia, trucco, acconciature, effetti visivi.

È una dicotomia interessante, resa ancora più stramba dall’imprevisto successo di Ennio, un travolgente documentario di quasi tre ore che ha incassato una cifra mostruosa per il genere (per ritrovare certi esiti al botteghino per i doc dobbiamo tornare all’esplosione dei mondo-movie) che per il periodo (2 milioni e mezzo, risultato che certe commedie “popolari” non vedono nemmeno da lontano).

Ennio Morricone

Giuseppe Tornatore, uno dei pochi venerati maestri del nostro cinema, davvero amato anche dal pubblico, ha vinto il premio per il documentario. Ma al doc sono andati, incredibilmente, anche gli allori per il montaggio e il suono, qualcosa che davvero non è mai accaduto nella storia del David.

Quello che esce dai David è un cinema che cerca in tutti i modi di dare voce a tutti senza dimenticare nessuno, capace di premiare un grande erede della migliore tradizione (Nicola Piovani per I fratelli De Filippo) e un’icona alternativa ormai pienamente mainstream (Manuel Agnelli per la canzone originale di Diabolik, che porta a casa solo questo premio), autori di un film di grande impatto che rischiava di restare a mani vuote (Ariaferma, unico titolo distribuito dalla Vision, premiato per la sceneggiatura originale) e autrici dell’adattamento di un romanzo amatissimo (L’Arminuta).

Stesso discorso per gli interpreti: accanto a un veterano celebrato a sorpresa (Silvio Orlando, camorrista in Ariaferma: colpisce il suo stupore così schietto di fronte alla vittoria, commuove il disincanto ironico con cui ringrazia e ricorda le persone care) e a un’attrice stimatissima finalmente omaggiata con un ruolo memorabile (Teresa Saponangelo, mamma di È stata la mano di Dio), si impongono l’impetuosa debuttante Swamy Rotolo di A Chiara e il lanciatissimo Eduardo Scarpetta per Qui rido io (un astro nascente, ma quanto avrà influito la sua performance nella serie Le fate ignoranti?).

ariaferma

Ariaferma di Leonardo Di Costanzo
Nella foto Toni Servillo e Silvio Orlando.
Foto di Gianni Fiorito

Se lo scopo dei premi è anche quello di fotografare lo stato delle cose senza eluderne la complessità, allora la 67esima edizione dei David di Donatello ha fatto il suo dovere: dare del cinema italiano la sua immagine più presentabile, mettere in tavola le contraddizioni del sistema, ritrovare il dialogo con un pubblico che, tant’è, i film italiani sostanzialmente non li vede.

In fondo basterebbe vedere le reazioni ai premi speciali: un cinema che giustamente onora un monumento (Giovanna Ralli, mai premiata prima), applaude un’icona con l’affetto dovuto (Sabrina Ferilli, anche lei senza David a casa fino a stasera) e si lancia in una standing ovation per uno scomodo outsider che suona da tardivo tributo (Antonio Capuano, riportato in auge dall’allievo Sorrentino). Per tacere dell’imbarazzo con cui la platea ha accolto il David dello spettatore ai Me contro Te, con un atteggiamento di malcelato schifo che, insomma, magari anche meno. Un cinema ancorato al suo passato, curioso del futuro, a disagio nel presente.

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