Effe for Fiat

"Operai, parte importante della cultura di questo Paese", dice la Labate, che parla di lotta di classe ma intende precariato
16 Gennaio 2008
Effe for Fiat
Il cast del film

Il 14 ottobre 1980, a Torino, 40.000 colletti bianchi della Fiat scendono in piazza, contro gli operai. E’ il momento cruciale di una vertenza che da 35 giorni vede i colletti blu scioperare contro la decisione dell’azienda di licenziare 15 mila di loro. L’inaspettata mossa della “maggioranza silenziosa” porrà fine all’empasse sancendo il fallimento delle trattative tra la più grande industria italiana dell’auto e i sindacati. Una data decisiva per la storia sociale del nostro Paese perché cambierà per sempre i rapporti tra le classi, spostando l’ago della bilancia dalla parte dei “padroni”. Di tutto questo e di molto altro ci parla  Signorinaeffe, nelle sale venerdì 18 gennaio in 70 copie distribuite da 01. Melò più che retrò, agitazioni e rivendicazioni fanno da sfondo alla storia d’amore tra Emma e Sergio, l’una impiegata al crash test, l’altro addetto alle presse. Un colletto bianco e un colletto blu. “Di operai si parla sempre meno. Via via che si dismettono le grandi fabbriche, l’universo del lavoro non si rappresenta più. Per me invece era un desiderio antico. Perché è lì, a mio avviso, che alberga una parte importante della cultura di questo Paese” dichiara la regista Wilma Labate. La “F” del titolo sta per Fiat e per “Fabbrica”. Ma potrebbe stare benissimo per “Femminile”, visto il punto di vista scelto dalla Labate: “Si trattava di un periodo di grandi passioni collettive oltrechè di lotte – spiega -, emotivamente intenso, sensuale. La figura di questa bella e giovane donna mi consentiva di restituirgli questo aspetto. Emma è una figura moderna, una chiave per rileggere quella fase di profonde trasformazioni. Contraddittoria, lacerata, sfaccettata, quasi un antesignano della donna di oggi”. A vestire i panni della protagonista è Valeria Solarino – presto la vedremo anche in Valzer di Maira – che non può ricordare nulla di allora: “Non ero ancora nata – spiega – ma fino a tre anni fa ho vissuto a Torino ed ho imparato quanto la città s’identifichi con la Fiat”. Al suo personaggio assegna poi un doppio ruolo, quello di aver compreso la matrice passionale di ogni appartenenza “perché Emma si avvicina al mondo operaio tramite l’amore per Sergio”, e quello di averne intuito anche la fine quando ” lasciando l’operaio prenderà anche le distanza dalla sua classe”. A vestire i panni di Sergio Filippo Timi che così lo descrive: “un uomo che parla pochissimo perchè sprovvisto della necessaria competenza linguistica. Sergio è uno che si muove, agisce fino al punto di usare la violenza quando più si sente insicuro. Il suo profilo è interamente giocato sulla fisicità, sul gesto, spinto al limite della brutalità”. Opaca viene invece definita dal suo interprete, Fabrizio Gifuni, la figura dell’ingegnere rivale in amore di Sergio: “Un’identità contraddittoria che prima sceglie di stare dalla parte degli operai per poi voltare loro le spalle quando sarà uno di loro a colpirlo negli affetti”. A Roma per presentare il film alla stampa, regista e cast non si sono scomposti dinnanzi alle divisioni della platea, spaccata tra gli applausi e i fischi a fine proiezione: “Ben vengano i film che alimentano un dibattito” è la linea difensiva condivisa. Qualche imbarazzo in più, invece, quando qualcuno fa notare l’omissis sul terrorismo rosso, solo vagamente accennato: “una questione dal peso specifico come quella del brigatismo rischiava di divorare il film, distogliendolo dalle sue intenzioni originarie: focalizzare la classe operaria nel momento della sua disfatta politico-sociale” spiega lo sceneggiatore Domenico Starnone. Sempre Starnone sottolinea poi i punti di aggancio dell’operazione con il presente. Da questo punto di vista Signorinaeffe formerebbe un trittico ideale con altri due film italiani girati lo scorso anno e incentrati sulle problematiche del lavoro: In fabbrica di Francesca Comencini e Parole sante di Ascanio Celestini. Vale a dire passato e presente di un’ideale genealogia del precariato, storia di cui manca il futuro. Speriamo non sia un omissis anche questo. (Foto di Pietro Coccia)

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